Tutto m'attendeva, e nell'ora esatta.
Tutti m'hanno dato. Tutti pareva fossero stati creati per me, per far che divenissi, sì, più grande per ognuno che avvicinavo, e più brava. Li guardavo perdutamente, e così adorando credevo di darmi ed invece prendevo. Grazia di volti e di corpi, bagliori d'anime, gloria di godimenti e di patimenti, messaggio senza fine. Mi son venute parole anche dalle vite deformi e dalle informi. E dove passo ignota, quasi furtiva, ivi pure imagino talvolta di toccare col mio spirito coloro che non mi scorgono, di rapirli un attimo a loro stessi, in un caldo gorgo. Alte vallate, casolari fra i prati, l'erba smorza il fruscìo del mio piede. Che importa mostrarsi e parlare? Un'onda soave corre d'improvviso il cuore di chi là dentro umilmente attende la fine.
E la chimera è qui sempre.
Se scrivo, se scavo nel mio pensiero o nella mia passione, e le parole sono stillanti sangue, credo di darmi ed invece prendo. M'illudo perchè nutro di me la mia preda. Ma colui che m'ascolta è com'era mio figlio quando beveva alla mia mammella ed io lo teneva nelle braccia, cosa mia che faceva preziosa la vita mia.
Affermo me a me stessa: null'altro, null'altro!
Oh, ma affermo tutto ciò di cui mi compongo, tutto che mi sta attorno e ch'io assorbo! Nulla va perduto. E quando anelo ad essere amata è ancora il mio amore per tutte le cose che chiede di venir riconosciuto, è il mondo che vuol esser abbracciato e cantato.
E forse nessuno ha colto su le mie labbra questo sospiro in cui io son tutto e nulla.
Avevo le guance di rosa e lunghi e tanti capelli, avevo dolce la voce e apparivo pietosa, per questo mi hanno sorriso e per le ore d'incanto m'han benedetta. Ma quando son venute le ore tremende, pochi han saputo non odiarmi.
Sempre, quando la vita si fa tremenda e crudele, sento gli uomini bestemmiarla e ricusarla. Li sento chiamarla maligna, imaginarla con un volto che ghigna nelle oscurità misteriose.