Perchè la mia infanzia non conobbe il terrore non ho mai accolto quest'idea d'un insidioso male originario? La notte era per me fin d'allora una immensa pupilla bruna, era la vita che si addensava perchè i figli e le figlie della terra la fissassero senza paura, infinite costellazioni di occhi. E se la malvagità non è nelle tenebre, non può essere neppure nei cuori degli uomini. La bimba ch'io era vedeva talvolta intorno a sè soffrire, vedeva le cause semplici o strane di tali sofferenze, col respiro sospeso scrutava le inesplicabili, ma nulla attribuiva mai ad una volontà cattiva, ad una cosciente volontà. Rina, piccola che ti chiamavi Rina, non bisogna dimenticare ch'eri sana, ch'eri bella, che fiorivi senza stento nel tuo piccolo giardino, arboscello diritto e svelto. Ma dunque in un pantano o nello spacco d'una dura roccia la mia anima sarebbe cresciuta diversa? Queste certezze che io ho creduto di afferrare via via che la mia esistenza si svolgeva, rivelazioni della divinità, potevano restarmi ignote per un piccolo scarto? C'è un destino individuale anche per le idee, anche per la fecondazione della verità? Ed io valgo in quanto sono il prodotto di questo destino, per l'insieme delle mie persuasioni, o per ciò ch'ero prima ancora che incominciassi a pensare, per le virtù con cui sono nata, d'intelligenza, d'ardore, di sincerità, di coraggio, di tenacia?

Mio padre mi parlava. S'egli fosse stato un altro, se anch'egli fosse diversamente cresciuto? Poteva possedere quella stessa forma di mente e non riuscire ad impormela se non avesse ragionato con quella sua gagliarda passione, se non ci fosse stata tanta fresca spontaneità in tutte le sue impressioni, e, nel suo carattere, quell'ardimento sorridente in fondo al quale intuivo qualcosa che posso ora chiamare stoico. Io ammiravo la sua tempra, come ammiravo la sua alta statura. Avrebbe potuto, così qual era, significarmi tutto un opposto mondo di teorie, esaltarmi Iddio o il mistero invece che la volontà o la potenza dell'uomo, ed io l'avrei ascoltato ugualmente tesa tutta per capire, per penetrarmi della sua facoltà di fede, e convinta già al timbro e all'accento della voce, come allo stormir d'un grande albero, come allo scorrere d'una pura acqua.

Ma s'io non avessi mai conosciuto mio padre?

O se lo spavento m'avesse agguantata, una sera di quella mia puerizia, per sempre alterandomi nelle chiare orbite le pupille stellanti?


Vedere il mondo con altro sguardo....

Vederlo con gli occhi di quegli a cui da fanciullo precipitò allato il fulmine. Grandi occhi verdi come l'Arno che gli ha dato il nome: e s'io gli dicevo anche solo d'un volo di rondini sul suo fiume a primavera, egli li stravolgeva tremando come ad un richiamo disperato.

E quegli che da bimbo patì tanto freddo, che da bimbo non giocò mai.... L'ho incontrato che aveva già il volto ombrato di fini rughe, e più non sperava un bene per sè sulla terra. Durante anni l'ho sentito felice. Posava la notte la sua mano sul mio cuore. Una volta che in sogno gli parve che quel cuore più non battesse, si destò urlando: «Non è giusto, non è giusto!».

Oh, m'intenda se la mia voce gli giunge! Intenda ch'io sono la piccola Rina che guarda lui ragazzo, che son le nostre anime fanciulle a mirarsi stupite, venute da tanto lontano l'una dall'altra.... Si son strette, con tanto tremore, ma non potevano mutare. E anche adesso, anche in questo attimo, s'io gli dico che non mai soffrendo per il suo dolore, l'ho incolpato d'essermi diverso e se penso che non così è stato di lui, se penso ch'egli ha potuto provar pietà di sè soltanto invece che d'ambedue, io chino il capo, chino il capo.