Ugualmente lontana dalla vita e dalla morte?

Ho in bocca sapore di terra.

Non conto più le sere, guardo la legna che arde, i guizzi fanno biancheggiare le pieghe della mia veste e muovere l'ombra, sulla parete, d'un ramo, fiorito dove è già primavera, ramo comprato quasi con livore, come l'uomo compra un'ora d'ebbrezza, portato quassù tra le braccia arrossendo, oh fragranza dolce, petali lievi che non voglio baciare! Ho in bocca sapore di terra.

Su l'altra parete so che oscilla il mio profilo. Così lo vide, forse così soltanto mi ricorda, chi mi disse una notte che quell'immagine ombrata resterebbe pur sempre la più incantevole mirata dai suoi occhi nella sua folle vita.

Cosa di grazia inserta, cosa riflessa, oscuro contorno, murata anima. Così mi amava.

Lui a cui avevo susurrato: «gioia dagli occhi ridi» quando la prima volta gli piacqui nella deserta luce.

Fuggente il suo riso e pur come questi guizzi aveva vigore d'elemento, sembianza d'eternità.

Come il raso delle acque se il sole tramonta fra nubi mai eguali.


Soffoco. Simili a nere onde compatte che si gonfiano e ricadono e risalgono, le visioni della mia mente attorniandomi mi fanno spasimare di vertigine. Che cos'è questo rullìo, questo rombante respiro d'un cuore che non è il mio cuore, questo mostruoso ed invisibile stantuffo che fa andare la nave mentr'io imploro che s'arresti?