Sazietà di questa distesa tempestosa, di queste infinite creste di schiuma uniformi, bavose, abissali!
Quante altre volte mi rigirai così, come in una gabbia, fra quattro pareti?
Nel mondo, e dove sole e dove nebbia. Nessuna casa è la mia, sebbene ogni stanza dov'io passi s'impregni per sempre di me.
E le fermate di notte sotto le tettoie di ferro, nomi diversi, nord o sud, uno stesso lontanar di fumi rossastri, uno stesso sgancìo netto di catene.
Le prode dei campi — quant'altri inverni? Umide, sotto uno svariar di nuvole, con querce gialle su un filo d'orizzonte o presso ombrie folte d'agrumeti. La terra è dappertutto nera, di novembre.
Accosto i miei polsi alle mie tempie.
Mia ragione, sei qui ancora? Sì, domini ancora ogni battito e ogni rombo, meravigliosa!
Questo gesto ch'io fo ogni tanto, d'accostarmi i polsi alle tempie per assicurarmi che non sono pazza, verrà mai il tempo in cui lo dimenticherò? Il giorno in cui lo sfacelo avvenisse dietro la mia fronte io non avrei più questi vorticosi istanti di dubbio. Ma forse ripeterei ancora senza più saperne il senso questo segno che fin dall'adolescenza m'appartiene, fin da quando ho veduto la follia distruggere mia madre.