Le nubi rimarono tra loro, serrate.
Sul mio volto il colore perdette lume.
Quanta libidine di bruttura, ebete libidine, giù fra la gente nel piano! Non sanno imaginare raggi, non sanno intendere le realtà altere, le vaste sincere innocenze, pestano pestano il suolo, sentono unicamente quella poca polvere cui interi aderiscono.
Qualcosa di definitivo accadde, se ben sordamente.
Il mondo da cui già un tempo m'ero staccata e che poi m'aveva, con obliqui lenti modi, ritessuto intorno le sue parvenze protettrici, ora d'improvviso mormorava vedendomi novamente transfuga, mormorava e s'indignava.
Ma questa volta il patto di libertà era senza remissione. Non sarei mai più rientrata nel buffo arabesco della società — (la società che all'ombra d'un suo crocifisso vuole in perpetuo che tu mentisca e ti lascia finanche morire se non rubi o non vendi.... Quale mio antenato ebbe le unghie ladre, sì che me ne vennero quei quattro danari onde m'aiutai sino a ieri? Oggi, poichè mai non cederò a far mercato del mio bacio e nei duri impieghi della mano più non reggo, dovrò trarre il pane da ciò che è forse più gelosa cosa ancora che il dono fisico, da queste mie parole, grumi di pietà....).
Se il giudizio del mondo più non ti attinge, anima, che cos'è quest'anelito ancora d'intendere d'intendere e questa speranza pur sempre d'imbatterti in autorità che tu possa venerare?
Vuoi continuare a credere negli individui, e sì, esistono, ma pur i migliori, i raffinati i sapienti, non sono che guasti frammenti della volta celestiale. Non ti stancherai mai? Dovrai anche credere al paradosso, a volontà mascherate, a compiacenze maliziose e tortuose, ad espressioni bastarde. Perchè sei nata bene, perchè da piccola sei cresciuta in un giardino, anima, e nelle notti inconsapevoli qualche usignuolo certo t'accompagnava il respiro, può darsi che la tua perfezione non possa ora compiersi se non conosci se non ammetti gli a te opposti destini, le creature che procedono dall'incerto, radici che seppero la sete, e dunque tu ancora umìliati, così vicini sono umiltà ed orgoglio, così Iddio gioca. Finito il tempo di confessarti. Devi ascoltare le confessioni altrui, e senza stramazzare. L'uomo, stupefacente giustificatore, vuol essere assolto mille volte per una volta ch'abbia assolto te. Non può sopportare il femineo viso bagnato di lagrime nè il profondo sguardo, e la storia del tuo dolore egli mai accoglierà come un dono, sempre in petto, quando non con aspra voce, ti rimprovererà d'aver gravato su l'anima sua con tutta te, ma ben chiede le tue pupille aperte su le mille pieghe che gli fanno in un sol giorno infinite maschere, su i modi innumerevoli del suo affanno, su quel sordido gorgo della vita fisica nel mezzo del fiume della sua spiritualità, su quella sua carne ch'egli detesta, sana o piagata e detestando ne aumenta l'acre dominio. Guarda, ammetti, cammina. Più tardi, questi anni ti parranno istanti. Pieni di significato. Ci fu un mattino di maggio, fervorose eran le vie della città, e due, andando senza toccarsi e fissando il suolo, si parlavano. Da quale delirante somma di parole non dette, e di parole vane od esitanti od oscure, giungeva quell'ora? Una campana suonava a distesa: «Chi vuole la verità non vuole la vita». Ma un dei due, la donna, vedeva più lungi. Magnifico il dettame virile, loico e stoico. O come dunque fervono tuttora intorno le vie terrestri? Negli occhi di Sibilla non può essere cinismo. Voler il miracolo, ecco la virtù perenne. Non morire, di là d'ogni conoscenza. Offrirsi, offrire la tentazione e il perdono, l'ombra che le belle membra fanno allo spirito e volta a volta sparire, senza morire. Nessuno sospetta. Costei non stramazza mai. Un giovine una notte le riscalderà col fiato i poveri piedi agghiacciati, col fiato commisto al pianto, ed ella troverà compensato da quell'unico gesto di bontà il lungo incredibile tempo trascorso accanto al giovine stesso, da tutti ritenuto suo amante, che non l'ha mai posseduta, che un misterioso tremore ha arrestato nel desiderio, tremore, malore fosco, lungo incredibile tempo di tortura, piedi che han seguito l'infelice nel suo passo oscillante, in un ugual ritmo di violenza e di disperazione, sui lastrici dove sorgevano bieche ossessioni, attrazioni deformi, imagini di brancicamenti sessuali, curve linee oscene. Non fermarti a dire. C'erano anche allora nei vesperi tante ali a sollevare il cielo. Purezza, linee caste della fronte in questa donna, molto più tardi, da un altro con perdizione adorato e pianto, saranno considerate furentemente: «Aspetto vergineo, inganno, perchè?». Maggior clemenza le verrà da sguardi di prostitute, in selve umane lontane, che saluteranno taciturni in lei il sorriso di mestizia e di grazia di sua madre giovine: dove sua madre non avrebbe mai osato penetrare: in selve ipnotiche; tra danze e sgargiar di lampade e di specchi, tra fumo e orli spumanti di tazze, la fisseranno occhi rossi di cocainomani: «Aspetto vergineo, di là di tanta stanchezza: forma d'alba, quale apparirà oltre i vetri fra poco: non le chiederemo che va cercando, come non lo chiederemo al chiarore rosato, tra poco». Il pullular della vita sarà ovunque un alfabeto segreto, dove persone e dove alberi, dove anche arena soltanto con traccia di onde. E i bimbi in braccio alla nutrice avranno sempre anche loro negli acini chiari tra le palpebre parole indecifrabili, mansuete e gravi come la luce stessa. Sibilla? Ella si sente senza nome nè terra. Nessuno sospetta, ma tutti son turbati. L'uomo, gli uomini, vorrebbero da lei il disprezzo dopo che le han parlato, dopo ch'ella ha saputo ascoltarli. La sua compassione li esaspera, che li identifica e li amalgama, venuti così di lontano, l'asceta come il guerriero, il giocatore come il costruttore. Fuggono, quasi inseguendo frenetici il proprio individuo. A taluni avviene di rifugiarsi in un bordello. Quando ti si dice, donna, di superare la tua natura e tu brava rispondi sì, ti si chiede, tra infiniti assurdi, anche questo, ammirare come i maschi sensi abbiano ordinato tali disumanate case nel mondo. Tu repugni, creatura amante, senti come un male sacro in tutte le membra, vorresti essere una cosa da nulla, che ti si schiacciasse più presto, e il fiato della notte invece non cessa di premerti, grande. Esseri da nulla, passivi oggetti, sono pur stati tanti corpi più o meno simili al tuo, seni e fianchi, fra le mani stesse che ti tengono. Ti sembra avvenga una trasmissione mostruosa, nelle vene in febbre ti pesa tanto sangue non tuo. E ancora l'uomo vorrebbe che tu lo disprezzassi ma non che soffrissi. Egli ti giura che non ne è degno, e qui parla per tutta la specie, sommesso e torvo. Allora — anche il tuo spirito è fatto drammaticamente per contraddirsi — vedi riemergere i lineamenti particolari di colui che nell'istante t'ama: e la sua povera storia, e la povera storia del vostro amore: tutto ciò che in sua umiltà lo separerà pur sempre in te da ogni altro, il colore, il tono dell'essenza sua accanto a te o di te vivendo: quale lo scorgesti per sempre la prima volta, quale egli stesso si ignorava, nato per ristante vostro....