Ma tu stessa un inverno in una città di nebbia nera — il freddo bussando metteva intorno ai tuoi occhi ombre mai ancor viste — non ti sgomentasti dinanzi allo specchio? La vita che non avevi temuto trasformava il tuo viso, ch'era stato di rosa, in pietra e vi lasciava da grande artefice un brivido d'eternità.
Gridasti verso chi peccava di paura. Col petto che ti doleva gridasti che non eri tu la tradita, ma che tradito era l'amore. Sapevi la silenziosa ed impotente realtà di chi fuggiva quel tuo aspetto di volontà e di luce e quel tuo insostenibile sguardo. L'uno tornava alle femmine che con rosse labbra dicono motti turpi — non ti mostrò scritte le parole di una, e ti parve d'assistere costretta? e pure vi circondavano statue, crete abbozzate dal suo pollice, un'atmosfera di travaglio, l'ansia della materia volta a vita. — Un altro si richiudeva in un suo dileggio astioso.
Doni ch'io non ebbi, sagacia, astuzia, abilità! Virtù sottili che mi mancate! Talora giungo sino a desiderarvi, a scrutare se mai vi veda inerti nella mia sostanza, se mai con la forza stessa delle mie passioni che non voglion rassegnarsi io vi possa suscitare al loro soccorso, per la loro vittoria. Ingenuità suprema, o mia anima esule da non sai quali più ariosi lidi, anima che hai ali ma non armi, o destinata a librarti sopra le tue sconfitte!
Nessuno ha mai sacrificato nulla per me.
Piccola che si chiamava Rina. Come se io avessi ancora il suo volto e il suo puro presentimento d'adolescente, libera è la mia vita dal peso d'un qualunque bene che sia costato ad altrui una rinuncia, vera o fallace. Nè una sposa nè un'adultera amante, nè un vizio nè una teoria. E nessuno s'è ucciso od ha ucciso per me, neanche se sentiva nel suo cuore che un delitto così compiuto sarebbe stato forse santificato.
Forse. A chi mi chiedeva, acre e misero, se dunque volevo il suo sangue, «forse» fu la risposta.
Selvaggia?