In lucido rapimento vivo, come scrivo.

E se la tua tempra, uomo, è affine alla mia per gentilezza o per generosa follia, ma logora mentr'io sfido ogni usura, non vuoi che mi avventi feroce contro quella tua lamentosa parola? Tu ripeti: «Troppo tardi». Snodo le mie trecce e con esse sferzo la chimera perpetua. Ti s'aprirono mai intere le vene, ti si rinnovarono veramente mai? Tu ti sei sfinito in esperienze mediocri, con spiccioli d'anime, rinunciando all'assoluto del fervore e della fede. Ti si uncinò nel petto un torbido peso, la condanna che subisci e vorresti farmi subire. Non t'attesto nulla, così stravolta e terribile? Vedo dèmoni, laddove dovrebbe agire Iddio: e mi ribello, oh lampeggiante disperazione! poi la mia voce ti grida: «muoio per amore». Puoi negare tu ch'io agonizzi, anche se sai e livido dici ch'altre volte per altri già credetti morire? Altre volte, è vero, è vero. Come ora mi davo tutta, fino al respiro estremo. Forse per ciò solo ho potuto sempre rinascere. Offrivo alla creatura in olocausto il mio bramoso dolorante intelletto, offrivo il mio spasimo di creazione, questo che s'alza perennemente nuovo nel tempo come il salmo del credente.


Io servo la vita con la mia agonia più di te che sogguardi rabbrividendo.

Più cara d'ogni altra alla vita la parola che le solleva contro implacato l'amore.


Implacato se anche ogni volta io risorga.

Con le mani giunte, stesa a terra, sempre mi trova l'ora, imprevedibile improvvisa, che mi sento alleggerire di tutta la mia volontà e anche di tutta la mia speranza, l'ora che le mie labbra in un soffio pronunziano: «così sia». Con le mani giunte, o forze segrete dell'universo, avendo fatto tutto quanto era in mio potere ed oltre.

Vengo soccorsa allora da cose che par rivaleggino con quel mio stato di lievità, con quel mio respiro che appena s'ode: dalle più tenui, petali, aromi, ombre di voli. Per mezzo talora di genti rozze ed ignare; che m'hanno porta una tazza infusa di fior di tiglio in un villaggio della Provenza; una brocca d'acqua per tuffarvi il viso, nella quale macerarono la notte stellata di Pentecoste a Capo di Sorrento foglie di rose; un rametto di violacciocche in riva ad un lago lombardo; di gente che mi vede giungere romita e ripartire assorta, mi fa intorno per istinto il silenzio, ed il gesto delle rudi mani piegate a gentilezza opera inconsapevole il miracolo nell'istante esatto oltre il quale più non reggerei.