Riprendo stupita il mio passo, d'ogni mio tempo, rapido agile saldo. Qualcuno per via mi dice: «cent'anni cent'anni di vita felice!». Perchè questa mia grazia che si fa più e più sicura, questa trasparenza dell'anima appena io l'alzo sopra la crudezza della sorte? Un vecchio contadino m'ha fermata un giorno nel mezzo d'una strada alberata: «Non avete figli? Vuol dire che il seme era cattivo» e ha scosso il capo, grave, con rammarico religioso.
Sì, forse avrei potuto divenire la donna forte dell'antico Testamento.
Invece cammino nel mondo cercando l'espressione d'un fantasma o ripetendo sommessa a me stessa il motivo felice di qualche mia pagina d'angoscia.
Se m'incontrassi, piangerei, forse.
Lontana è la pietra coperta di musco e di polline di pino, nella foresta dall'ombra bionda dove, stendendomi una volta, sentii comandare repentinamente da me a me: «Fermati, ferma un minuto, un minuto basta per attestar che hai vissuto». Lontani i tanti rifugi che mi cercai. Li credevo rifugi, isole, vigne del Signore in mezzo al mare, e la vita con me vi penetrava. Con me la mia necessità, con me la mia legge. Umili, come umiltà è negli orizzonti che sconfinano tacitamente, umili ma inalienabili. Vi penetravano idee ed imaginazioni, e realtà da ingrandire o da scrollare. Ovunque era un poco d'argilla per le mie prensili dita. E ogni spazio si riempiva del mio ansito. «Tutta l'aria intorno a noi — mi si disse — la respira la tua bocca». Provavano a crearsi, certo si creavano, in quelle volontarie distanze da ogni popolata spiaggia, cerchi d'intendimento, gorghi d'armonia. Ma l'animazione della mia volontà non bastava a perpetuarli. Lontani sono quei luoghi che a chi mi mirava parvero fuor del mondo, folti di lumi sotto larghi di stelle....
Deserte roseoazzurre le sere scendono su la mia libertà.
Passano vele, allegorie, passano canzoni. Le rupi dentate lambono il cielo e lo fanno più chiaro.