NOTA DELL'AUTRICE.

Questa novella — l'unica ch'io abbia scritta — comparve nel 1914 in un fascicolo della Grande Illustrazione ora introvabile. Esce in questi giorni in Francia, in fondo al volume che contiene la traduzione del “Passaggio”[1] compiuta in modo mirabile da Pierre-Paul Plan, nobilissimo amico mio e dell'Italia. C'è fra i miei lettori fedeli qualcuno che non ha letto Trasfigurazione, e che scherzando m'ha chiesto se essa dovrà subire la sorte di quella tale opera di Diderot che venne ritradotta dal tedesco perchè l'originale francese era andato perduto. A rassicurarlo ecco questa edizioncina.

S. A.

[1]. Le Passage nella Collezione dei “Prosateurs Étrangers Modernes”, editori F. Riéder & C., Parigi, 1922.


TRASFIGURAZIONE (LETTERA NON SPEDITA).

Sono io, sì. Voglio che parliamo un poco; bisogna che io parli, e che tu mi ascolti. Ti do del tu, sì. Da tante settimane non fai mentalmente lo stesso anche tu?

Da lontano tu hai pianto, a causa mia. Io ho saputo tutto. Proviamo ad aver coraggio, proviamo a parlare. Di', vuoi? Ti ricordi della mia faccia, dei miei occhi? Una volta mi dicesti che guardandomi ti sentivi diventare tanto serena. Adesso tremi, e io sono in volto bianca, come tu non mi hai mai veduta. Ma senti che sono forte, e che voglio anche tu lo sia? Bisogna che io ti scriva, e tu mi leggerai, piano. Piano, perchè soffrirai, com'io soffro. Ma io non ho paura, e perchè devi averla tu? Io so quello che faccio, ho esitato molto, ma adesso sono sicura nel mio cuore. E i miei occhi non sono cambiati dacchè non ci siamo più viste. Ascoltami. Prendi questi fogli e vai a leggerli nella tua stanza, o fuori, nei prati, ma che le bambine non vengano intanto a cercarti, nè altri. Dobbiamo essere sole. Sole: e l'anima tua vuol essere brava quanto l'anima mia, e la mia crede che la tua le sia uguale, e ti parla, da sorella a sorella.

È già un mese che tu hai pianto a causa mia. Io l'ho saputo parecchi giorni dopo. Tuo marito non mi ha scritto subito, e poi la sua lettera ha messo una settimana ad arrivare fin quassù. Egli mi ha detto anche che tu andavi già calmandoti, ch'era riuscito a rassicurarti. Dopo non mi ha più scritto altro di te: ma soltanto, una volta ancora, di sè, del dolore suo e del mio, ch'io anche gli ho detto.

Perchè noi, io e lui, soffriamo, ed è ciò prima di tutto che bisogna tu sappia, e bisogna che lo sappia da me, perchè egli non te lo può dire. A me, sì, può dire il suo dolore. Con te non osa. Non può sopportare che tu pianga, gli fa troppo male. E soffre in silenzio e ti inganna, pur che tu non pianga.