Non tremare, guardami ancora negli occhi, sta' qui ferma. Qui siamo io e te, e il tuo cuore pare ti si spezzi, lo so, ma anche il mio, sentilo, e se tu mi guardi dimentichi il tuo male per il mio, così com'io ho pietà di te più forse che di me.... Soffriamo vicine, ecco, non fuggiamo. Siamo due donne. Io sono maggiore di te, di quasi dieci anni, sono maggiore un poco anche di tuo marito, e tutta la mia vita è stata di patimento, tu lo sai. Sai che ho patito tanto più di te, e che tuttavia sono ancora forte e ho uno sguardo che dà coraggio e insieme dolcezza alle donne più giovani di me. Questo deve bastare per non farti fuggire, adesso. Sono gli uomini che hanno paura delle lagrime, che credono le donne incapaci di sostenere la verità che fa soffrire. E io anche avevo pensato dapprima a te come a una povera bimba con cui si deve tacere, che deve esser risparmiata anche a costo di mentire....

Tuo marito ti vuol bene. Se te lo dico io, ora che ti ho già detto che voglio tu sia capace di saper tutta la verità, puoi credermi. Ti vuol bene, gli sei cara, come son care a te le tue bambine, guarda, che ti posso dir di più? Io ho saputo la misura del suo amore per te la prima volta che vi ho veduti vicini, proprio come non ci si sbaglia quando si vede una madre sorridere al figlio. Ma non abbiam mai molto parlato di te. Mi ha detto che t'amava, sempre allo stesso modo. Anche l'ultimo giorno che siamo stati insieme, io e lui.

E l'ha ripetuto anche a te, quando tu hai tanto pianto per quella lettera mia ch'egli non ha voluto farti leggere, ch'egli ha strappata piuttosto che darti, quella lettera che ti ha confitto in cuore il sospetto che io e lui ci amassimo, o almeno cominciassimo ad amarci, a parlarci da lontano più che da amici. Che cosa poteva dirti per rassicurarti, se non che egli ti ama, e fartelo sentire, con tutto l'impeto della sua pietà e della sua pena? Pietà per te e per noi, pena per il tuo dolore di quel giorno e di quella notte e per il dolore suo e mio di chissà quanto tempo. Ma egli ti parlava solamente di te, di quel che sei stata per lui e potrai essere ancora. E tu lo ascoltavi avida fra il pianto sempre meno violento, fin che gli riposasti sul cuore, nevvero? Oh, egli non m'ha raccontato questo, sta' tranquilla: ma io so. Egli m'ha scritto che hai sofferto e che ha avuto tanta compassione di te....

E m'ha scritto....

Aspetta. Vedi bene che anch'io devo farmi forza, che anche a me l'affanno strozza la gola. Tu non sapevi ch'io amassi tuo marito tanto, vero? E adesso mi guardi con terrore, perchè comprendi, incominci a capire un poco.... Sì, sto male, non so se sto più male di te.... Ma non piango, ecco, e tu, non è forse vero che tu ti senti già un'altra, come se fossero passati degli anni su di te in pochi minuti, e mi dici di continuare, che nonostante il terrore ti senti capace adesso di sapere tutto, e capisci che di dolore non si muore, adesso che mi vedi? E sei gelosa, non del mio amore, ma del mio dolore, in questo momento.... Non vorresti che io soffrissi tanto, per lui, più di quel che hai sofferto tu, lo senti.

Eppure non è per mostrarti il mio spasimo che mi son mossa. E non credere di averlo misurato, sai? Neanch'io potrei dire quanto esso sia grande, come vada giù, giù, nelle radici mie più vive. Ma smetti di guardarmi così, come se volessi prendertelo tu: non posso dartelo, è mio, è nel mio sangue, è nel mio respiro, non posso fartene dono, di questo, non posso sacrificartelo.

Non muoio, non temere. Sono sempre io, quella di cui tuo marito ti parlava quest'inverno con rispetto, e che tu, tutte le volte che ci siamo incontrate, salutavi timida eppur con fiducia. Pensiamo un momento a quel tempo. Lo so che tu hai sofferto anche per questo ricordo, perchè avevi avuto per me una silenziosa tenerezza, perchè ti aveva fatto bene al cuore il mio sorriso, perchè avevi sentito ch'ero sincera interessandomi con semplicità alla tua semplice vita. Le bambine ripetevano il mio nome, nella vostra piccola casa. Tutto ciò era nuovo, era inatteso, ma appariva anche tanto naturale, ricordi? Di', non era forse stato il medesimo senso, sebben tanto più forte, che t'aveva colto quando fosti amata e sposata, tu piccola oscura operaia, da lui artista, celebre, grande? Come da lui allora, tu ti sei sentita quest'inverno compresa da me, senza che niente di me potesse offendere od umiliare la tua anima. Forse non te lo sei detto: ma è stato come se tuo marito avesse riconosciuto in me d'improvviso una sorella perduta quand'era ancor bimbo, e che non sperava più ritrovare. Egli è di poche parole, non dice la sua gioia come non dice la sua tristezza. Ma tu hai visto ch'era contento. E lo sei stata anche tu. Lo siamo stati tutti e tre, per qualche mese, silenziosamente, senza quasi pensarvi. Io avevo i miei antichi tormenti. Niente era mutato per nessuno, solo c'era nei cuori come un poco più di caldo, un poco più di vita....

Quando tu sei partita per la campagna, ti ho baciata sulla fronte.

Quando tuo marito è tornato in città è stato qualche giorno ammalato: poi è venuto a trovarmi come prima. Poi è ripartito, per riveder te e le bimbe, è tornato di nuovo, ci siamo di nuovo rivisti qualche volta, da me o in strada. Tutto questo egli te l'ha detto. Ma non ti ha detto che ogni volta rivedendoci ci sentivamo più inquieti e nello stesso tempo come più persuasi, persuasi d'ogni minuto che scorreva tra noi, che non avremmo voluto mai diverso. Un giorno egli m'ha teso le sue due mani e io le ho tenute un minuto nelle mie. Dopo è scomparso, siamo stati settimane e settimane lontani, senza notizie l'uno dell'altro. Ma per tutto quel tempo era come se io tenessi sempre le sue mani fra le mie. Ci siamo ritrovati, finalmente, quando mancavan pochi giorni alla mia partenza; egli tremava un poco; io, non so, perchè sentivo soltanto il tremor suo. Gli ho preso, piano, la testa, e l'ho posata sul mio petto. Si è calmato. M'ha sorriso.

Che vuoi sapere di più? Che cosa ti può importare tutto il resto? Piangi, piangi, e taci, creatura, che anch'io piango nel mio cuore, anche per te, sai, anche per te....