Fu quel viaggio come il coronamento della mia adolescenza balda, temeraria, trionfante. Me ne rimase una memoria indistinta, circonfusa di luce troppo vivida. Le impressioni si eran sovrapposte nel mio spirito quali sillabe d’un’ignota parola che riassumesse la vita; e io le avevo accolte con un grave stupore, sentendomi nelle vene serpeggiare una soavità nuova, un languore di cui non sapevo definire la causa, una brama di tenerezza, d’espansione.... Il presente non era dunque che letargo, io andavo dunque incontro ad una nuova fase d’esistenza?
III.
Era il terzo settembre che passavamo in paese. La stagione balneare non aveva differito dalle precedenti, e nessun distinto particolare, di essa m’è rimasto nella memoria: mi pare soltanto che per mio conto alternassi il piacere di nuotate sempre più lunghe e audaci con quello di letture ugualmente eccessive, da cui uscivo col capo stanco e con un confuso malcontento di me stessa.
Della mamma, dei fratellini, dei conoscenti, di mio padre stesso non riesco a ricordar nulla, in quell’estate. Come fu che una sera si diede in casa nostra una specie di ricevimento ad alcuni villeggianti e ad alcune famiglie del luogo? L’iniziativa era venuta dal babbo. Tre stanze del nostro appartamento, trasformate e adornate da piante e da lumi, avevan raccolto una quarantina di persone, signore di Napoli e di Roma a cui guizzava negli occhi l’ironia per le provinciali, uomini gravi che consideravano mio padre curiosamente nel suo aspetto intimo di buon ragazzo, qualche impiegato, le maestre e i maestri del paese con le lor famiglie. Una piccola orchestra invitava a ballare grandi e piccini. Nella mia qualità di padroncina di casa non avevo potuto rifiutare di far qualche giro anch’io, a malincuore, perchè la danza non mi piaceva e mi produce va mal di capo. Ero osservata: i giovani mi si avvicinavano con una specie di timidezza che mi divertiva. Ma fra un ballabile e l’altro io m’ero sorpresa a riguardare il babbo e la mamma, involontariamente. L’uno, appassionato ed eccellente ballerino, pareva ritornato giovinotto, ed esercitava intorno con la spontaneità della sua natura un vero fascino: l’alta persona, volteggiando fra le coppie, mi significava ancor una volta la semplicità, la gioia, la forza della vita. Mia madre era contenta di quell’ora di svago? Anch’ella, avvolta in un abito di pizzo nero scintillante di perline, mi evocava fuor della memoria anni lontani, serate in cui l’avevo vista partire a braccio del babbo per qualche spettacolo, timida ma non impacciata nell’abbigliamento elegante. Il suo viso conservava la grazia dei tratti; non pareva, quella sera, ch’ella avesse più di trent’anni.
Ma mi sembrava ch’ella non pervenisse a nascondere una nervosità di cui ignoravo la cagione: notavano gli ospiti e il babbo lo sforzo che ella faceva su sè stessa per seguire le conversazioni e i giuochi?
Verso le otto del mattino seguente, appena alzata, passando accanto alla camera della mamma e supponendola ancora in letto, bussai per domandarle ordini; la voce di lei, fievole, mi disse d’entrare. Scorsi il profilo del babbo addormentato, vòlto verso l’uscio; il viso materno non si distingueva bene fra i cuscini e le coltri: rinchiusi la stanza, raggiunsi i fratellini che facevano già colazione.
Quanti minuti scorsero? Un grido, indi parecchi altri, poi un gran susurro nella piazza sottostante mi fecero trasalire. Non m’ero ancora avvicinata alla finestra, che il rumore si portò ai piedi dello scalone di casa, facendomi correr verso la porta, seguita dalla donna e dai fratelli. Esclamazioni di sorpresa e di dolore salivano dal basso, con uno scalpiccìo come di persone che recassero un peso: la cameriera, precipitatasi contro la balaustra, gittò un urlo, si ritrasse, per coprirci lo spettacolo, per respingerci in casa. E io vidi il corpo di mia madre portato da due uomini, un corpo bianco seminudo su cui una mano aveva lanciato un cencio che penzolava, come penzolavano le braccia, i piedi, i capelli. Uno stuolo di gente seguiva. Pensai d’esser impazzita.
No! Era la mia mamma veramente, gli occhi chiusi, bianca nel viso come una morta, con macchie rosse lungo un braccio ed un fianco. Il babbo si avanzava fuor della stanza semivestito senza comprendere. Si strinse le tempie; il volto gli si scompose, e io dovetti non vedere e non sentir più nulla, poichè non ricordo altro.
Mi riscosse un vocìo di donne. Raccontavano. Avevano visto affacciarsi al nostro balcone la figura bianca, scambiata così al sole per una di noi bambine, le avevan fatto cenno di rientrare. La figura s’era sporta, indi abbandonata, piombando di fianco sul terreno.