Mezz’ora dopo, in treno, tremavo ancora nel mio intimo, incapace di formulare un biasimo pel babbo, una discolpa per la mamma, e m’avvidi tra la penombra, che sul volto di questa, inclinata verso lo sportello, scorrevano delle lagrime. Riviveva ella pure il momento amaro? O molti altri uguali? Pensava ch’io ero stata testimone dell’offesa? E per la prima volta ella mi era apparsa come una malata: una malata cupa che non vuol essere curata, che non vuol dire neppure il suo male.
Poi.... Io leggevo nei libri vicende d’amore e d’odio, osservavo simpatie e antipatie nella gente del paese, credevo di saper già molte cose sulla vita, ma ero incapace di penetrare la dolorosa realtà della mia casa. Passavano i mesi, cresceva la tristezza della mamma, si diradavano le attenzioni del babbo per lei, le passeggiate in comune, ed io che non ero già più una bimba, continuavo nella mia vita come se nessuna minaccia si addensasse intorno. Perchè? M’assorbiva, sì, come nell’infanzia, l’ammirazione per mio padre; ma ciò non basta a spiegare la mia cecità. Forse la mamma stessa, in un doloroso pudore del suo male, evitava una confidente troppo immatura, troppo esclusivamente dedita a colui che le causava dolore, e lasciava che il tempo scorresse, nell’attesa vaga e stanca di qualche occasione provvidenziale.
In paese ella doveva suscitare una certa simpatia per la gentilezza dei modi e l’aspetto soave, benchè avesse cessato per imposizione del babbo ogni pratica religiosa, e ciò facesse mormorar le più beghine.
Chi sa se fin dai primi tempi la immaginarono poco felice con un marito e con una figlia quali eravamo io e mio padre? Perchè verso quest’ultimo s’era ben presto accesa una sorda ostilità. Non c’erano, di ricchi, nel paese, che il capitalista proprietario della fabbrica, quasi sempre residente a Milano, e un conte, padrone di quasi tutte le terre, il quale faceva rare apparizioni colla sua signora, un grosso idolo carico di gioielli, al cui passaggio donne e uomini si curvavano fino al suolo. Una decina d’avvocati, annidati in un circolo di civili, suscitavano e imbrogliavano lunghe liti fra i piccoli proprietari dissanguati dalle tasse. Se si aggiungono alcuni preti e mezza dozzina di carabinieri, ecco tutta la classe dirigente del luogo. Mio padre non solo non aveva dato segno di accorgersi di loro, ma aveva respinto con impazienza un banchetto che avevano voluto offrirgli, insieme alla presidenza di non so quali istituzioni antiche e pompose e senza fondi. La cosa era inaudita, come inaudito e quasi offensivo era il fatto ch’egli rinviasse sistematicamente quanti gli portavano regali. Quante volte delle donnicciuole uscivan da casa nostra stupefatte e disperate, perchè il babbo non aveva accettato i polli coi quali esse volevano intenerire il suo cuore in favore dei loro figliuoli!
Ma nella sua estrema ignoranza e indolenza il popolo era ancora la parte migliore del paese, non mancava di una certa bontà istintiva; rimproverava soltanto al «direttore», come mio padre veniva chiamato, il rigore inaudito verso i dipendenti, esagerato di bocca in bocca.
Nei primi tempi il babbo aveva riso di questa antipatia diffusa. Poi, pian piano, aggiungendovisi la conoscenza più esatta dei lavoratori del luogo, un rancore amaro principiò ad invaderlo. Sopratutto l’ipocrisia dominante l’irritava. L’isolamento favoriva in lui la critica spietata, senza misura: il confronto fra quella razza quasi orientale che gli si premeva intorno sordidamente, e i suoi compaesani, si esagerava. Reagiva così, forse senza addarsene, al pericolo di acclimarsi o di veder acclimarsi i suoi figliuoli? Ma perdeva, anche inconsapevolmente, l’equilibrio del giudizio, esagerava la sua superiorità, il suo sprezzo fino alla provocazione. Avrebbe voluto adoperar nella fabbrica soltanto operai piemontesi, fondare una vera colonia, ma vi si opponeva il proprietario per economia e per prudenza. La maestranza nondimeno era composta tutta di nostri conterranei che colle famiglie costituivano un gruppo isolato e guardato dagli indigeni con diffidenza.
Io mi esaltavo in cuore misurando la distanza fra noi e «tutti quegli altri». Quando rientravo a casa dalla fabbrica, col berretto di lana rossa sui miei capelli corti e colla andatura rapida di persona affaccendata, udivo dei susurri dietro di me: in faccia al caffè i soliti scioperati mi guardavano sorridendo; sentivo che da una parte destavo la loro curiosità, dall’altra offendevo la loro abitudine di veder le fanciulle passar timide, guardinghe e lusingate dai loro sguardi. Il paese mi veniva in uggia, e se non l’aborrivo era unicamente a causa delle bellezze naturali che non mi stancavo di ammirare. Una strana nostalgia, strana in me che non avevo sentito alcun dolore lasciando Milano, mi s’era venuta insinuando nell’anima silenziosamente, non esternandosi che nelle lettere alle amiche. Il mio settentrione, attraverso le nubi del ricordo, m’appariva ora desiderabile, pieno d’incanti: la città sopratutto, l’immensa città col suo formicolìo umano, con la sua esistenza vibrante, la città che rivedevo talora in certi suoi aspetti più tipici, che mi risorgeva all’improvviso, in scorci, per cui avevo la momentanea illusione d’essere ancora là, piccola, a mano del babbo, sotto la nebbia o nel sole polveroso; la città della mia fanciullezza già circonfusa d’un rimpianto senza nome mi dava a volte nel ricordo brividi di passione....
Quando, in premio del mio primo inverno «di servizio», il babbo mi portò a Roma e a Napoli, questa vaga nostalgia di centri «viventi» mi si illuminò. Dopo due anni rivedevo la folla, m’incontravo con visi su cui erano segni d’intelligenza superiore o tracce di vita intensa; mi risentivo piccola, insignificante, sperduta, anelante ad apprendere da tutti e da tutto intorno. Ciò mi produsse una emozione forse maggiore di quella che mi destarono i monumenti e i paesaggi meravigliosi. E nelle lettere alla mamma e nel diario che per incitamento di mio padre scrissi durante il viaggio, questo senso intimo faceva capolino assieme ad osservazioni ingenue, a note ammirative, a velleità critiche.