Il babbo, sì, si palesava uomo di comando, inflessibile e onnipossente, meraviglioso d’attività e d’energia. Quando certe sere, dopo il pranzo, uscivamo un po’ con lui, la mamma e noi figliuoli, per lo stradone maggiore del paese, la gente ci osservava dalle soglie con un misto di ammirazione e di timore. Trovavano alla mamma un viso da madonna, e voci femminili le mormoravan dietro benedizioni per i suoi bambini. Ella ringraziava col sorriso mite, piccola e fino nel vestito quasi dimesso. Mi sembrava contenta anche lei, in quei momenti: era ne’ suoi occhi come una riverenza verso il compagno rivestito così d’un nuovo fascino.
Ricordo una mia fotografia dell’anno dopo. Ero già in fabbrica come impiegata regolare. Indossavo un abbigliamento ibrido, una giacchetta a taglio diritto, con tanti taschini per l’orologio, la matita, il taccuino, sopra una gonnella corta. Sulla fronte mi si inanellavano, tagliati corti, i capelli, dando alla fisionomia un’aria di ragazzo. Avevo sacrificata la mia bella treccia dai riflessi dorati cedendo alla suggestione del babbo.
Quel mio bizzarro aspetto esprimeva perfettamente la mia condizione d’allora. Io non mi consideravo più una bimba, nè pensavo di esser già una donnina: ero un individuo affaccendato e compreso dell’importanza della mia missione; mi ritenevo utile, e la cosa mi dava una illimitata compiacenza. In verità, portavo nell’esecuzione dei lavori che il babbo m’aveva assegnato una lealtà assoluta e una forte passione. M’interessavo quanto lui alle piccole e grandi vicende dell’azienda, e mentre non mi annoiavo allineando cifre per ore e ore sui registri, mi divertivo come ad un giuoco stando fra gli operai, osservandoli nelle aspre fatiche e chiacchierando con loro durante gl’intervalli di riposo. Eran molti, più di duecento; una parte, che veniva dal Piemonte, si alternava ai forni giorno e notte, e gli altri, del paese, si agitavano continuamente nei vasti cortili e sotto le tettoie. Tutta quella gente non mi amava forse, ma certo sentiva piacere nel vedermi comparire all’improvviso col mio piglio un po’ brusco; un piacere che si traduceva in atteggiamenti più spigliati, più conformi all’ideale del lavoro giocondamente accettato. Mi trovavano giusta, assai più di mio padre, e cercavano accaparrarsi la mia benevolenza con ingenue adulazioni, perchè io influissi a loro vantaggio su l’uomo che li faceva tutti tremare. Ma io sapevo che inutilmente avrei tentato di modificare la disciplina ferrea del babbo; ed ero inoltre persuasa ch’essa fosse necessaria. Non badavo quindi che a render accetto quel padrone, anche coll’esempio della mia obbedienza. E forse il babbo se ne avvedeva. Pel breve tratto fra la fabbrica e la nostra casa, egli mi parlava con un’inflessione di voce ch’io sola gli conoscevo, non dolce, non tenera, ma esprimente il riposo, l’attimo di sosta e di abbandono. Mi confidava: «Bisognerà tentare questo e quest’altro.... Allora potremo aumentare un poco i salarî....» Pareva anche domandare il mio avviso. Ed io pensavo alla felicità di trovar pur io qualche cosa di nuovo da suggerirgli. La fabbrica diventava per me, come per lui, un essere gigantesco che ci strappava ad ogni altra preoccupazione, che ci teneva perennemente accesa la fantasia e saldi i nervi, e si faceva amare;—angolo di vita vertiginosa, da cui eravamo soggiogati, mentre credevamo di esserne i dominatori.
Rientrando in casa provavo, centuplicato, il senso di malessere che sorgeva già in me da bimba al ritorno dalla scuola. Mi vi sentivo spostata, e accentuavo con dispetto i segni di quel mio isolamento morale. Ero simile al giovinetto appena emancipato che si lagna arrogantemente del servizio domestico; rilevavo con lo stesso tono di superiorità le negligenze delle sorelline e di mio fratello, la loro svogliatezza per lo studio, la mancanza nella mamma d’una severità calma che li disciplinasse.
Le donne di servizio dovevano riferire in paese cose orrende sul mio conto: non prendevo mai un ago in mano, non badavo alle faccende di casa.... E le mie escandescenze senza motivo! Non potevano paragonarsi se non a quelle di mio padre! Si allentava in quei momenti, forse, la tensione troppo acuta de’ miei nervi. Forse si palesavano i sintomi d’una crisi di crescenza. Io non ne sapevo nulla. Bisognava che uscissi, che mi dessi a qualche folle corsa lungo il mare e mi sentissi alitare intorno la buona aria libera, per tornare calma, per cancellare pur la memoria del mio malumore. Ed allora obliavo anche l’espressione di pena profonda che solcava la fronte della mamma durante quelle scene.
Mia madre! Come, come ero così incurante a suo riguardo? Quasi ella era scomparsa dalla mia vita. Io non riesco a determinare nella mia memoria le fasi della lentissima decadenza avvenuta nella sua persona dal nostro arrivo in paese. Ella non aveva saputo sin dai primi giorni liberarsi da una certa timidezza che le impediva di andar sola o coi bimbi per la spiaggia o pei campi. Il paese non offriva altri svaghi: le donne dei maggiorenti non uscivano quasi mai di casa, ignoranti, indolenti e superstiziose; le contadine lavoravano più che i loro uomini; gran parte della popolazione viveva sul mare e del mare, riparando la notte nelle catapecchie che si ammucchiavano a cento metri dalla riva.
Neanche alla fabbrica la mamma s’interessava, attingendone motivi di distrazione. È vero che di questo ero quasi lieta, dicendomi che ella forse non avrebbe visto di buon occhio le mie imprese. La sentivo, ancor più che a Milano, troppo diversa di gusti e di temperamento da mio padre, e per conseguenza da me. E anche sentivo, confusamente, che questa differenza era sempre più la causa dei malumori che i miei genitori non riuscivano a nascondere. Ma non me ne preoccupavo, o, per meglio dire, mi liberavo tosto dalle impressioni fastidiose senza cercar di approfondirle. Forse era un istintivo timore di scoperte troppo gravi per la mia età? Non so. Soltanto un piccolo fatto mi diede il sospetto che mio padre non volesse bene alla mamma come a me.
Era sul finire del primo inverno che passavamo colà. Si doveva, la mamma, il babbo ed io, recarci al vicino capoluogo, invitati a pranzo e a teatro dal proprietario della fabbrica e dalla sua signora, la quale s’era degnata salire a casa nostra l’estate innanzi. Scendeva il crepuscolo e l’ora della partenza del treno si avvicinava. Io ero pronta, allorchè entrò a casa il babbo per cambiare d’abito; egli in un batter d’occhio fu all’ordine. La mamma invece indugiava dinanzi allo specchio, dubbiosa della sua toeletta che non indossava da molto tempo: passava sul viso il piumino della cipria, allorchè mio padre, infastidito dell’attesa, si affacciò di nuovo all’uscio della camera.
Rivedo la stanza, lo specchio, l’alta finestra da cui sembrava entrare, più che la luce del tramonto, il riflesso del mare grigio, torbido. Ed all’orecchio mio si ripercuote, colta a volo, una frase: «.... devo dire dunque che sei una civetta?...»