Da parecchio tempo i due soci si sopportavano a vicenda con sempre minor buona volontà. I due temperamenti opposti non riuscivano a conciliarsi, poichè l’uno provocava iniziative ardite, l’altro badava a stringere i freni. Il babbo d’altronde si annoiava in quella vita d’ufficio, metodica, che non gli dava neppure compensi materiali ragguardevoli. Un piccolo incidente aveva, quel mattino, provocata una scena vivace fra i due cognati, decisiva.

A trentasei anni mio padre si trovava a ricominciare la vita per la seconda volta, e ancora per la sua sete di emozioni nuove e di indipendenza.

Quel mattino stesso usci con me a passeggiare lungamente: ho confusa la visione dell’immensa Piazza d’Armi che attraversammo sotto una leggera nebbia autunnale; il babbo parlava, quasi a sè stesso; io sentivo il mio piccolo essere esaltarsi tacitamente. L’America, l’Australia.... Oh, se veramente il babbo ci portasse pel mondo! Egli accennava anche a probabilità meno avventurose: tornare all’insegnamento, impiantare qualche azienda; ma sempre fuori di Milano. La città che fino a quel giorno avevo amata, pur senza dirmelo, ora mi appariva insopportabile: chi sa quali altri incanti mi attendevano altrove! E mi sembrava d’essere all’improvviso cresciuta d’anni e d’importanza. Non mi prendeva il babbo forse a sua confidente? I progetti sul mio prossimo avvenire di studentella svaporavano. Forse avrei dovuto lavorare anch’io, aiutar la famiglia.... Figgevo in viso a mio padre gli occhi, nei quali doveva correre una fiamma d’entusiasmo.

A casa, la mamma era invece come smarrita, Di che cosa temeva? Era giovane anch’ella, più giovane del babbo; noi bambini eravamo tutti sani e forti.... Anche il babbo certo avrebbe voluto vederla più ardimentosa!

Ella non apparve sollevata neppure qualche settimana dopo, allorchè un signore che voleva stabilire un’industria chimica in una cittaduzza di Mezzogiorno, offrì la direzione dell’impresa a mio padre. Certo, questi osava molto accettando un genere di lavoro al quale era affatto nuovo. Ma il suo bel sorriso sicuro aveva sedotto il capitalista. Le condizioni dell’impiego erano ottime; il paese, laggiù, pieno di sole. Per qualche anno. Mio padre non amava guardare molto innanzi nell’avvenire. Pel momento si sentiva felice del rischio. E non curando i timori della mamma, decise la partenza per la primavera.

Sole, sole! Quanto sole abbagliante! Tutto scintillava, nel paese dove io giungevo: il mare era una grande fascia argentea, il cielo un infinito riso sul mio capo, un’infinita carezza azzurra allo sguardo che per la prima volta aveva la rivelazione della bellezza del mondo. Che cos’erano i prati verdi della Brianza e del Piemonte, le valli e anche le Alpi intraviste ne’ miei primi anni, e i dolci laghi ed i bei giardini, in confronto di quella campagna così soffusa di luce, di quello spazio senza limite sopra e dinanzi a me, di quell’ampio e portentoso respiro dell’acqua e dell’aria? Entrava ne’ miei polmoni avidi tutta quella libera aria, quell’alito salso: io correvo sotto il sole lungo la spiaggia, affrontavo le onde sulla rena, e mi pareva ad ogni istante di essere per trasformarmi in uno dei grandi uccelli bianchi che radevano il mare e sparivano all’orizzonte. Non somigliavo loro?

Oh la perfetta letizia di quell’estate! Oh la mia bella adolescenza selvaggia!

Avevo dodici anni. Nel paese, che si decorava del nome di città, non esistevano scuole al disopra delle elementari. Un maestro chiamato a darmi lezione fu presto congedato perchè incapace d’insegnarmi più di quel che sapevo. Nelle ore calde del meriggio, sola nella stanzuccia della vasta casa, che avevo eletta a mio studiolo, gettavo, ma senza entusiasmo, qualche occhiata sui grossi manuali di fisica e di botanica e sulle grammatiche straniere datemi dal babbo; uscivo sull’alto balcone, guardavo giù nella piazza gli sfaccendati presso la farmacia o dinanzi al caffè, qualche contadina oppressa da pesi inverosimili, qualche ragazzo sudicio che inveiva contro qualche altro in un linguaggio sonoro ed incomprensibile. In fondo alla piazza il mare luceva. Due ore avanti il tramonto si disegnavano, lontane lontane, le vele delle paranze di ritorno dalla pesca: s’avvicinavano, si colorivano di rosso e di giallo, arrivavano una dietro l’altra, e il tumulto delle voci dei pescatori giungeva spesso fino a me; distinguevo il grido ritmico di quelli che traevano la barca alla riva.

Scendevo, mi recavo nel vasto recinto presso la strada ferrata, dove lo stabilimento andava sorgendo con rapidità sorprendente e dove il babbo passava quasi tutte le sue ore. Egli mi dava talvolta dei piccoli ordini che eseguivo trepidando, con scrupolosa esattezza. «Mi aiuterai anche più tardi, quando tutto sarà sistemato; sarai la mia segretaria, vuoi?...» Lottava in me l’antica timidezza con un nuovissimo impulso di audacia indipendente. Forse il babbo voleva compensarmi dell’aver troncati gli studi. Una specie d’orgoglio anzi, inavvertito, mi penetrava, la vaga coscienza di prender contatto colla vita, d’aver dinanzi uno spettacolo, più vario e più interessante d’ogni libro.

Degli operai, de’ bei contadini abbronzati che venivano dalla campagna ad offrirsi come manovali, delle ragazze che salivano agili sui ponti di costruzione coi secchi di calce sul capo, mi sorridevano, ed io sentivo verso di loro una curiosità piena di simpatia; ne ripetevo ai fratellini i pittoreschi soprannomi, e mi chiedevo se avrei mai osato essere per loro una padrona, come ero colla donna di servizio.