Tuttavia, egli non mi spiegava—nè io ardivo mai domandargliene—perchè noi siamo in questo mondo. Da questo lato il catechismo della scuola era forse più soddisfacente: Dio ci ha creati, Dio ci guarda dall’alto, Dio, se saremo buoni, ci farà andare in Paradiso.... La vita non sarebbe che un passaggio.

Ma quanta importanza davano tutti a questo passaggio! Mi pareva che nessuno pensasse sul serio all’inferno, e che tutti avessero invece paura di farsi del male, d’ammalare, di morire. Per me, ero disposta a credere col babbo che l’inferno non esistesse: nessun angelo e nessun tentatore sentivo mai alle mie spalle: quand’ero savia, era perchè lo volevo; quando, avevo dei rimorsi, ero persuasa d’essere stata proprio io la colpevole. E allora...? Dal mattino alla sera la mamma, il babbo, le maestre, gli operai per la strada, tutti, insomma, anche i gran signori.... chi guadagna soldi, chi li spende: si spende per mangiare; si mangia per non morire; e passano le settimane, i mesi, gli anni, e si muore, e io e i fratellini avremmo fatto lo stesso....

La cosa m’infastidiva. Il sonno stava per sopraggiungere, lo sentivo: l’indomani avrei ripreso l’inutile meditazione. Sapere, sapere! Nel dormiveglia mi si affollavano al cervello parole piene di mistero: «eternità», «progresso», «universo», «coscienza».... Danzavano all’orecchio e ne smarrivo perfino il suono. E ancora, rivedevo l’espressione compunta di qualche maestra, mi chiedevo se la mamma andava alla messa, la domenica, proprio per suo piacere o per qualche strano timor della gente, ricordavo la prima ed unica volta che avevo assistito ad una predica, nel mese di maggio, una sera in cui l’altare, in una grande chiesa, brillava fra i ceri ed i gigli. Dal pulpito il frate agitava un braccio con gesto ampio e la voce imperiosa discendeva sulla folla inginocchiata: raccontava dei miracoli d’un santo, e pareva che tutti gli credessero: alla fine, l’organo aveva incominciato a suonare, e dall’alto, invisibile, un coro, una pura onda d’argento, aveva intonato delle laudi.... Sempre, a quel ricordo, qualcosa in me tremava come in quel punto: m’assaliva dì repente la tristezza di non saper pregare nè cantare, e più acuto il senso della mia solitudine.

Poi tutto ciò dileguava. Perchè dolermi? Ero piccola, ma non avrei voluto essere ingannata: dovevo crescere: avrei saputo, un giorno.

La sorellina, accanto a me, respirava tranquilla. Forse sognava una casa di cristallo per la sua bambola, una casa che io le avevo promesso una volta, perchè mi lasciasse maggiore spazio nel nostro letticciuolo. Non ero punto certa di poter soddisfare l’impegno! Mah.... quando sarei grande! Allora avrei anche voluto più bene alle bambine e al fratello, non li avrei più fatti piangere; e avrei vista la mamma finalmente lieta....

Ora bisognava dormire. Avevo il capo un poco stanco. Desideravo per un momento di esser trasportata con un soffio su uno di quei pendii verdi che formavano la mia delizia, l’estate, in campagna. Suonavano da lontano, mi chiamavano tante campanelle....

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II.

Un mattino io mi chiedevo che risoluzione si sarebbe presa circa il proseguimento dei miei studi, poi che avevo terminata la quinta classe, quando il babbo rientrò in casa un’ora prima del consueto, seguìto dal fattorino dell’ufficio che portava una cassetta sulle spalle. Congedato l’uomo, mio padre mi alzò un istante fra le braccia fino al suo viso, poi mi posò, e alla mamma che l’interrogava collo sguardo ansioso, disse: «È finita.... ho troncato tutto. Finalmente respiro!»