Quand’io ero nata, l’anno non era ancor compiuto dal dì delle nozze. La mamma s’illuminava nel volto bianco e puro le rarissime volte che accennava alle due stanzine coi mobili a nolo dei primi mesi di vita coniugale. Perchè non era sempre così animata? Perchè era così facile al pianto, mentre mio padre non poteva sopportare la vista delle lagrime, e perchè mostrava opinioni diverse tanto spesso da quelle di lui, quando osava esprimerle? Perchè, anche, era così poco temuta da noi bambini, e così poco ubbidita? Come il babbo, anch’ella cedeva talvolta a momenti di collera; ma sembrava, allora, che rompesse in un singhiozzo troppo a lungo frenato.... Io avevo la sensazione che lo sfogo, anche eccessivo, di mio padre, fosse naturale sempre, inerente al suo temperamento; nella mamma invece gli scoppi di malumore contro i figliuoli o le cameriere contrastavano dolorosamente colla sua natura dolce; si palesavano come un accesso spasmodico di cui ella stessa aveva coscienza, nell’atto, e rimorso.
Quante volte ho visto brillare per una lagrima rattenuta i begli occhi profondi e bruni di mia madre! Saliva in me un disagio invincibile, che non era pietà, non era dolore neppure, e neppure reale umiliazione, ma piuttosto un oscuro rancore contro l’impossibilità di reagire, di far che non avvenisse ciò che avveniva. Che cosa? Non sapevo bene. Verso gli otto anni avevo come lo strano timore di non possedere una mamma «vera» una di quelle mamme, dicevano i miei libri di lettura, che versano sulle figliuolette, col loro amore, una gioia ineffabile, la certezza della protezione costante. Due, tre anni dopo, a questo timore succedeva in me la coscienza di non riuscire ad amar mia madre come il mio cuore avrebbe desiderato. Era questo, certo, che m’impediva d’indovinare la vera cagione per cui nella nostra casa si proiettava, perenne, un’ombra indefinibile ad impedire così spesso la libera fioritura del sorriso. Oh, poter gettarmi una volta al suo collo con abbandono assoluto, sentirmi capita da lei, anche prometterle il mio appoggio per quando sarei grande; stringere un patto di tenerezza, come avevo fatto tacitamente col babbo da tempo immemorabile!
Ella mi ammirava in silenzio, riportando su me un poco dell’orgoglio già provato per la balda energia dello sposo; ma non approvava il metodo d’educazione a cui mi assoggettavo con tanto fervore; temeva per me, immaginando certo che io crescessi senza sentimento, ch’io fossi destinata a vivere col solo cervello; e non aveva il coraggio di contrastare apertamente l’opera del babbo.
Ma neppure il babbo cercava di conoscermi per intero. Certe volte mi sentivo proprio sola. M’avvolgeva allora uno di quegli stupori meditativi che costituivano il secreto valore della mia esistenza.
Spuntava il pudore dell’anima. Accanto, parallela alla vita esteriore, una vita occulta a tutti si approfondiva. Ed io avvertivo questo dualismo. Fin dal primo anno di scuola mi aveva preoccupata il fatto di due diversi aspetti del mio essere: a scuola tutti mi trovavano angelica, ed ero buona ed esemplare infatti, col visino tranquillo ove errava sempre un sorriso timido e vivido insieme; appena fuori, nella strada, sembrava ch’io aspirassi tutta l’aria intorno, mi mettevo a saltare, a parlare a vanvera, e in casa entrava con me il terremoto: i fratellini cessavano dai loro giuochi placidi, pronti a’ miei cenni d’autocrate ostinata.
Sopraggiunta l’ora di preparar còmpiti e lezioni, mi ritiravo nella mia stanzetta o in un angolo del giardino, e di nuovo non esistevo più per gli altri, di nuovo afferrata dal gusto dell’applicazione intellettuale, pur senza alcuna brama di emular compagne o di meritarmi premi. Poi, la sera, dopo che la mamma m’aveva fatto recitare nel nostro caro dialetto due parole di preghiera: «Signore, fatemi diventare grande e brava, a consolazione dei miei genitori» e m’aveva lasciata al buio nel letto ove mia sorella già dormiva, io provavo una sensazione di riposo, di benessere, non soltanto fisico, come se in quel momento, costretta all’oscurità, al silenzio ed alla immobilità, fossi più libera che durante tutta la giornata.
Mi piaceva guardar nelle tenebre; non ne avevo paura, perchè il babbo m’aveva assicurata sin da quando ero piccina che gli orchi e le streghe delle favole non sono mai esistiti, come non era mai esistito il «diavolo». Riandavo con la mente i piccoli casi del giorno: rivedevo il sorriso seduttore del babbo, un gesto di sconforto delle mani materne, riprovavo qualche stizza per certe goffaggini de’ miei minori, mi soffermavo alquanto sulle prospettive del domani: esito d’esami, viaggetti, libri e giuochi nuovi, amiche e maestre da conquistare....
La mamma mi faceva pregare ogni sera. Pregare Dio....
Un giorno, facevo la seconda elementare, avevo udito rivolgere il titolo di «ebrea», sprezzantemente, ad una piccola compagna silenziosa e pallida che stava seduta nel banco accanto al mio. Ella era scoppiata in pianto, e la maestra, saputo il perchè, aveva pronunziato frasi severe. La cosa mi aveva riempita di stupore, poichè non sapevo nulla ancora di razze e di religioni diverse. Ma più mi aveva colpita una parola della maestra: ella aveva detto che tutte le religioni portano l’uomo dinanzi a Dio, e che tutte perciò son degne di rispetto; che un solo essere suscita ribrezzo e insieme pietà, ed è l’ateo. Mio padre mi si era allora rizzato davanti alla mente: mio padre era ateo, io ne ero ben sicura; quella parola egli stesso l’avea pronunciata talora; egli non andava mai in chiesa.... Dunque mio padre, per la maestra, per le compagne, per tutta la gente, era una creatura disprezzabile?
Tre, quattro anni dopo, nel silenzio della mia stanzetta, io mi rivolgevo ancora questa stessa domanda. Ora il babbo mi parlava più spesso di quella ch’egli riteneva una menzogna secolare, mi diceva che prima degli uomini vi erano sulla terra degli animali quasi simili a noi, che prima di essi e delle piante la terra era deserta, e che questa terra è nello spazio un piccolo punto come sembrano a noi le stelle nel cielo, e le stelle altrettanti mondi, forse viventi.... Egli diceva queste cose straordinarie con tanta naturalezza, che io non potevo metterle in dubbio.