Egli era colla mamma pieno di riguardi, condiscendente, quasi carezzevole; evitava le antiche sfuriate; ma io percepivo una punta di rassegnazione nel modo con cui accettava la melanconia persistente di lei, di lei che scoprivo oppressa dai desiderio timido e accorato d’un ravvicinamento.

Un giorno, la nostra casa era piena di sole, essi restarono chiusi più d’un’ora nella stanzetta ove adesso il babbo dormiva solo: quando ne uscirono, mia madre aveva il volto soffuso d’un color roseo che da tanto tempo non le vedevo, e insieme d’un sorriso vago, un sorriso di fanciulla felice. Mi guardò come se non mi riconoscesse. Il babbo invece s’annuvolò, evitando il mio sguardo.

Altre volte la vista della mamma appoggiantesi stanca sulla spalla del babbo, mi turbò, nelle settimane seguenti. Il babbo sfuggiva di trovarsi solo con lei, me ne persuasi; sfuggiva noi tutti, la casa, quasi insensibilmente.

La primavera scorreva lenta: nei crepuscoli tepidi ed avvincenti io mi sentivo talora invadere da un bisogno torturante di pianto, di dissolvimento: che cos’era? Dov’era andata la mia balda adolescenza? Perchè mio padre si allontanava così dalla mia anima? Non mi sentiva soffrire, non mi amava, ah, certo non mi amava più! Stavo io per dubitare di lui, di me stessa, della vita?

Pure la giovinezza inconsciamente reagiva. Continuavo a lavorare, a scrivere lunghe lettere, piene d’una strana austerità, alle mie amiche; a sorridere con una punta di civetteria ingenua agli operai piemontesi di cui qualcuno mi destava una simpatia esagerata, per contrasto forse coll’uggia che mi davano persone e cose del paese.

E la mia personcina si trasformava, perdeva certe asperità di linee e di movimenti, e il viso sopratutto pareva farsi più luminoso, più espressivo. Fu mio padre che mi fece gettar la prima volta gli occhi sullo specchio con interrogazione un poco ansiosa: una sera sentii, con un misto di gioia e di stupore, ch’egli diceva come a sè stesso, dopo avermi considerata alquanto in silenzio: «Diventerà bella....» Non lo credetti, ma provai una compiacenza inesprimibile.

Altri notava la mia metamorfosi. Era nell’ufficio della fabbrica, impiegato da un anno, un giovine del paese, figlio di piccoli proprietari, piacevole d’aspetto, con modi spigliati, ch’io trattavo da buon camerata, scambiando barzellette o disputando cordialmente negl’intervalli del lavoro, sopratutto quando si rimaneva soli nel vasto stanzone ove entrambi avevamo il nostro tavolo. In quella primavera l’ossequio leggermente ironico ch’egli aveva fin allora usato verso di me lasciò il posto ad una più spontanea attitudine di ammirazione, che non mi sfuggì e mi divertì. Mi raccontava del paese, di quello che i suoi compagni dicevano di me. Lo interrogavano sul mio conto con grande curiosità; mi descrisse uno d’essi, che si diceva innamorato di me e parlava di rapirmi: questo era un uso non raro in quei luoghi e al ratto seguiva il matrimonio. Io ridevo e accennavo a mio padre, il cui nome incuteva terrore. Più d’una volta infatti incontrai gli occhi di quel sedicente innamorato, non senza noia.

Il giovane mi diceva anche che l’arciprete aveva fatto più volte accenno a noi in chiesa, attribuendo la disgrazia di mia madre a castigo di Dio. Affermava che alcune vecchie facevano il segno della croce quand’io passavo. Mi chiamava «demonietto» e pareva guardarmi come un oggetto curioso dal congegno ignoto e forse pericoloso. In breve ardì manifestarmi delle lodi che secondo lui si facevano dai signori, di questo o quel mio pregio fisico. Ripeteva tutto ciò con compiacenza. Le sue parole come il suo sentimento mi lasciavano tra offesa e lusingata, ma mi pareva di sentirvi un fondo di sincerità, e nella incipiente soddisfazione del mio rigoglio trovavo scusabile che colui, al quale non celavo d’altronde la coscienza della mia superiorità, dimenticasse talora ch’io ero la figliuola del suo principale. Gli rispondevo scherzosamente, per fargli comprendere tuttavia che non davo alcuna importanza al gioco; talvolta mi compiacevo a cambiar improvvisamente il discorso, a trascinare il giovine, sprovvisto di coltura e con opinioni abbastanza grette e convenzionali, in discussioni nelle quali ben presto egli restava battuto: allora ridevo, d’un riso alto, squillante, e così fanciullesco in fondo, che colui finiva per rider con me, non senza lasciar trasparire sulla faccia uno stupore un po’ ingenuo.

Una seconda vittima delle mie bizzarrie era una vecchietta che frequentava la nostra casa per assistere la mamma. Chiacchierando, ella alludeva talora al mio avvenire, al tempo in cui sarei divenuta sposa e madre e avrei riso delle attuali mie funzioni d’impiegata; tranquilla io replicavo che non mi sarei mai maritata, che non sarei stata felice se non continuando la mia vita di lavoro libero, e che, del resto, tutte le ragazze avrebbero dovuto far come me.... Il matrimonio.... era un’istituzione sbagliata: lo diceva il babbo sempre.