La vecchietta s’indignava. «Ma allora il mondo finisce, non nascon più figliuoli, non comprendi?»

Restavo interdetta. Mia madre, già da qualche anno, mi aveva parlato delle funzioni misteriose dell’organismo femminile, pur senza soffermarsi sui rapporti fra uomo e donna. Certo, se mio padre propugnava la sparizione del matrimonio, voleva dire che i bimbi avrebbero potuto nascere ugualmente: il babbo non voleva la fine del mondo. Ed io, dopo tutto, non sentivo questa responsabilità verso il futuro.... No, non mi sposerei.

La mamma assisteva a questi dibattiti senza parteciparvi: ella era sempre più assorta, chiusa come in un deserto interiore. Alla fine della primavera il babbo le propose di andar a passare un mese a Torino, dai parenti, con me. Ella accettò. Che senso di responsabilità penosa, accompagnandola io sola! Sempre, latente, era il terrore di vederla ripresa dalla necessità d’un qualche folle e fatale atto. E ancora, più triste che mai, il dubbio di non amarla quanto avrei dovuto e voluto, di essere impotente di fronte alla sua infelicità!

Ma col viaggio parve le ritornasse veramente un poco di speranza e una certa serenità, insieme ad un maggior vigore fisico. In quanto a me il tuffo inatteso nelle memorie dell’infanzia valse a far dileguare alquanto gli oscuri timori, a restituirmi parte della mia baldanza.

Una volta ancora tornò l’estate. Io compivo i quindici anni. Alla spiaggia dove la colonia bagnante si riuniva e invitava talora a’ suoi passatempi, mi vedevo osservata con curiosità da tutti, guardata con insistenza da uomini di varia età, e un giovane prima, malaticcio e motteggiatore, poi un altro quasi ancora adolescente, dal corpo forte ed agile e dalla testa ricciuta che mi ricordava certi bronzi visti nei musei, mi occuparono per qualche settimana la fantasia senza farmi battere il cuore nè destarmi istinti di civetteria. A me stessa ridendo chiedevo: «M’innamorerei?...» e il giuoco mi piaceva, pareva dare un sapor nuovo alla vita che vivevo con tanta foga. Facendomi cullare dall’onda per ore ed ore sotto il sole ardente, sfidando il pericolo coll’allontanarmi a nuoto dalla riva fino a non esser più visibile, io mi unificavo con la natura e sfogavo insieme l’esuberanza del mio organismo. Ero una persona, una piccola persona libera e forte; lo sentivo, e mi sentivo gonfiare il petto d’una gioia indistinta.

Ma in casa la tristezza ritornava, più paurosa. Nella mamma il carattere s’inaspriva, e questo rendeva più palese il progrediente squilibrio del suo spirito, che il babbo non si peritava di far rilevare a lei stessa, crudamente. I ragazzi erano più che mai abbandonati. Come lontano il tempo in cui nostro padre si faceva bimbo per giocar con noi! La stanchezza, l’indifferenza verso tutta la famiglia erano ormai evidenti in lui. Sopraggiungendo l’autunno, pretestò di dover fermarsi fino a tarda ora di notte in fabbrica, ed in casa non lo si vide più che durante i pasti, taciturno. Più che mai esigente coi suoi operai, neppure a me risparmiava i rigori della sua disciplina, con una durezza spesso glaciale.... Stupita, sgomenta, cercavo....

Il mio compagno d’ufficio non mi lasciò cercare a lungo. Restavamo spesso soli nello stanzone grigio ove s’allineavano scaffali e tavoli ricoperti di carte e registri, ed in mezzo al quale una grossa stufa a carbone ardeva rendendo l’aria spesso intollerabile. Un altro impiegato sopraggiungeva soltanto nelle ore del pomeriggio, un quarto faceva frequenti assenze. Fra un lavoro e l’altro continuavamo a scambiarci frasi più o meno scherzose, o ad intrattener discorsi più serî, che venivano interrotti e ripresi ripetutamente lungo il corso della giornata. Egli aveva venticinque anni, la persona maschia e snella, il viso olivastro animato da due larghi occhi neri: parlava con facilità ed abbondanza. Molte cose in lui mi urtavano, quotidianamente. Non tutte gliele celavo; ma egli non badava alle osservazioni di una ragazzina, stupito soltanto, abituato com’era a considerar la donna un essere naturalmente sottomesso e servile, della mia indipendenza. Non sapevo nulla di lui, soltanto avevo udito dire vagamente che una ragazza da lui amata prima che andasse soldato, aveva tentato di uccidersi quando al ritorno egli non l’aveva più curata. A mio padre non piaceva: lo tollerava perchè era un lavoratore; ma mi rimbrottava seccamente ogni volta che ci sorprendeva a chiacchierar insieme.

Fu per rappresaglia? Questi mi narrò ciò che in paese ormai molti sapevano: che mio padre aveva un’amante, una ragazza stata qualche tempo operaia nella fabbrica; che la cosa doveva essersi iniziata in primavera, durante il viaggio mio e di mia madre; che quasi ogni sera il babbo andava a trovar colei, alloggiata e mantenuta a sue spese con tutta la miserabile e numerosa famiglia in una casa fuor del paese....

Il babbo!... Mille piccoli incidenti mi si illuminarono: non m’era possibile non prestar fede alla terribile rivelazione.... Mi sentii curvare a terra, afferrare dalla smania di mordere il suolo, nel dolore e nella vergogna....