Mio padre, l’esemplare raggiante, si trasformava d’un tratto in un oggetto d’orrore: egli, che mi aveva cresciuta nel culto della sincerità, della lealtà, egli nascondeva a mia madre, a noi tutti un lato della sua vita. Oh babbo, babbo! Dove era la nostra superiorità, di cui andavo così altera fino a ieri? Mi pareva che piombassimo più giù di tutte quelle creature intorno, di cui avevo indovinato il lezzo istintivamente! E i miei fratelli innocenti! E mia madre, mia madre, sapeva qualcosa? Mi sentivo ora attratta verso la sventurata, col cuore pieno, fino a scoppiare, pieno di rimorsi e d’ira contro me stessa....

Forse quando ella aveva tentato di morire, mio padre la tradiva già? Allora io avevo respinto il dubbio con tanta sicura e serena persuasione! Anche oggi lo respingevo. Era troppo orribile! Ma intanto l’infermità fisica e morale che teneva la mamma non era una scusa per mio padre dinanzi a’ miei occhi.

Oh se fosse possibile far rinsavire il babbo, opporre alla sua la mia volontà audace e fremente, salvare tutti noi dalla rovina!

Ma chi, con perfidia od incoscienza, m’aveva portato il tremendo colpo, badava ad insinuarmi l’inutilità d’ogni reazione, e a dipingermi nello stesso tempo un fosco avvenire. Mi prodigava una pietà che in tutt’altre circostanze m’avrebbe offesa. Non gli badavo: mi sentivo stringer le mani, accarezzar i capelli, e il mio essere cedeva inconsapevole alla dolcezza di quel contatto, mentre tremavo d’ira e di disperazione.

Che cos’era, che cos’era quella forza oscura che mi si rivelava così d’un tratto, quell’amore di cui le mie letture m’avevan dato un concetto chimerico? Era dunque una cosa nefasta, degradante, e pur formidabile se aveva potuto vincere ed avvilire mio padre!

E la vita, che ignoravo, ma in cui avevo sempre creduto fosse riposto un fine di bontà e di bellezza, m’appariva incomprensibile, deforme....

Quanti giorni vissi con l’atroce tumulto nell’anima? Non so più. So soltanto che negli istanti di depressione succedenti al parossismo, una voce calda e giovanile, insistente, al mio fianco, mi sussurrava parole di ammirazione sempre meno velata. In certi momenti mi sentivo atona, istupidita, e quell’unica voce continuava, m’investiva coll’accento della passione. Ed incominciai a rispondere, con una incredulità che persisteva in me, e insieme una speranza che mi s’imponeva ardentemente: divenni dolce, remissiva. Non gli dicevo di volergli bene, non lo dicevo neanche a me stessa, ma c’era un uomo a cui ero cara.

Come seppe la mamma la sua sventura? Una sera eran venuti a trovare il babbo dopo cena, non so più per qual motivo, alcuni individui, fra gli altri un notaio, creatura insignificante e melliflua che mio padre doveva aver preso a confidente, e il mio compagno d’ufficio: si chiacchierava. Mia madre scoppiò ad un tratto in una risata convulsa, domandando al notaio: «È vero, dica, che lei accompagna mio marito a passeggio la notte dalla parte del fiume? Mi racconti un po’ di che cosa parlano...!»

Gli uomini si scambiarono un’occhiata, esterrefatti. Pallida, ora, la mamma s’alzava con un tremito, accusava un malessere, si ritirava. Rimanemmo in sala il babbo, io e gli ospiti. Vedevo sul volto di mio padre un’ira repressa, terribile. A voce lenta, quasi mormorando, egli dichiarò:

«Quella donna impazzisce!»