In un impeto proruppi: «Anch’io impazzirei, papà!» E gli piantai gli occhi in viso, con disperata ribellione, sentendo montarmi al capo uno spasimo terribile.
«Taci, tu!» urlò l’uomo colpito a sangue, slanciandosi quasi per stritolarmi; e indietreggiando d’un subito con un supremo sforzo: «Esci!»
Non ricordo come passassi quella notte. Il mattino seguente, la mamma in camera sua con la febbre attendeva invano una visita del marito, certo per chiedergli perdono; io mi sentii annunciare che alla fine del mese sarebbe cessato il mio impiego! Era la risposta alla mia frase della vigilia.
Quando fui nell’ufficio non potei rattenere il pianto: quella vita di lavoro fra gli operai io l’amavo intensamente, non potevo pensare di abbandonarla, non ne immaginavo alcun’altra così conforme ai miei gusti, alla mia natura! Lo dissi al mio compagno, che mi si era avvicinato.
«E a me non pensa? Che farò io?» mormorò egli. E ritornò al suo tavolo, nascose la faccia fra le mani, con un sussulto nervoso alle spalle. Gli andai accanto, dimentica della mia pena; mi afferrò, mi strinse, piccola, contro il suo petto.
«Com’eri bella, iersera, com’eri fiera, come avrei voluto baciare le tue ginocchia....»
Chiusi gli occhi. Era vero? Tutta la mia anima voleva una risposta. Rimasi ferma qualche minuto: le labbra di lui scesero sulle mie. Non mi svincolai. I miei sensi non fremevano, ancora sopiti; il cuore attendeva se qualche grande dolcezza stesse per invaderlo.
Un rumore che sopraggiungeva mi fece allontanare bruscamente. Il giorno dopo, in un istante di solitudine, mi rifugiai di nuovo accanto al giovine, che mi disse di volermi bene, e m’impedì di parlare, soffocandomi con brevi baci sulla bocca, sul collo. Mi scostai un po’ infastidita. Ma nei dì seguenti la compagnia di lui mi parve necessaria. Dimenticavo in quei momenti il dolore che portavo meco dalla casa, che mi si incrudeliva ogni volta che incontravo lo sguardo di mio padre. E non chiedevo altro, paralizzata.
Egli comprendeva la mia incoscienza, constatava la mia ignoranza, la mia frigidità di bambina quindicenne. Velando con gesti e sorrisi scherzosi l’orgasmo ond’era posseduto, con lenta progressione mi accarezzò la persona, si fece restituire carezze e baci, come un debito di giuoco, come lo svolgimento piacevole d’un prologo alla grande opera d’amore che la mia immaginazione cominciava a dipingermi dinanzi.
Così, sorridendo puerilmente, accanto allo stipite d’una porta che divideva lo studio del babbo dall’ufficio comune, un mattino fui sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: delle mani tremanti frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi a coricarlo attraverso uno sgabello, mentre istintivamente si divincolava. Soffocavo e diedi un gemito ch’era per finire in urlo, quando l’uomo, premendomi la bocca, mi respinse lontano. Udii un passo fuggire e sbattersi l’uscio. Barcollando, mi rifugiai nel piccolo laboratorio in fondo allo studio. Tentavo ricompormi, mentre mi sentivo mancare le forze; ma un sospetto oscuro mi si affacciò. Slanciatami fuor della stanza, vidi colui, che m’interrogava in silenzio, smarrito, ansante. Dovevo esprimere un immenso orrore, poichè una paura folle gli apparì sul volto, mentre avanzava verso di me le mani congiunte in atto supplichevole....