Adesso le giornate scorrevan quasi per intero nel silenzio della mia stanzetta. Preparavo il corredo, e talora restavo dei lunghi momenti sospesa guardando le mie mani posate sulla mussolina bianca. Il mio avvenire di sposa si delineava: il babbo, più facilmente che io non mi aspettassi, si piegava all’idea di maritarmi entro pochi altri mesi. E mi pareva d’esser preparata, anche colla visione della vita ristretta che mi attendeva; e non sentivo distintamente nessuno scrupolo per l’abbandono dei miei, di mia madre sempre più debole, sempre più paurosamente smarrita, dei miei fratelli senza guida e senza amore.
E nel mio fidanzato che avveniva? Forse un certo rispetto s’insinuava nella sua coscienza per la creatura rubata? Forse nel suo amor proprio s’illudeva di poter farmi felice?
Deciso a non lasciare l’impiego in fabbrica, calcolava su prossimi miglioramenti e su una futura successione a mio padre. Dibattè a lungo con lui la questione della dote; alfine si rassegnò ad accettare soltanto un assegno mensile. Voleva una promessa legale; ma mio padre, indignato, fu per troncare ogni trattativa. Il mio fidanzato non disponeva di nulla, appena di che rifornirsi la guardaroba e comperarmi l’anello matrimoniale. Il babbo diede il denaro per il mobilio. I miei futuri parenti non intervenivano che per meravigliarsi della poca larghezza nostra.
La situazione diventava in silenzio sempre più penosa per tutti: a che prolungarla? La data dello sposalizio si fissò per la fine di gennaio.
Poco meno d’un anno era trascorso dalla tragedia silenziosa, della quale mai una parola mi era uscita di bocca neppure col colpevole. I preparativi precipitarono, senza gioia. La vigilia delle nozze il babbo, in uno di quei momenti di parossismo ch’egli aveva ora frequentissimi, mi bistrattò acerbamente, per un pretesto....
Alla sera, la mamma venne accanto al mio letto. Tentò parole di preparazione per quello che m’attendeva l’indomani; l’interruppi tosto abbracciandola, carezzandole le tempia grigie, mentre dei singhiozzi soffocati mi scuotevano tutta. E ventiquattr’ore dopo, con mio marito, guardando dal treno la campagna biancheggiante di neve sotto le stelle, io pensavo alle due sofferenze diverse che in quel giorno, con sforzo enorme, si erano celate sotto il sorriso dinanzi a quanti erano accorsi a bene augurarci.... Piangevano, in quell’ora, i miei genitori, nelle loro stanze solitarie?
V.
Le finestre della saletta da pranzo del nostro appartamentino davano su uno stradone, di là dal quale si stendevano alcuni orti; al fondo si scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare. Le altre stanze guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da malinconiche spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e di notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei treni, e nelle stanze si prolungava l’eco dei fischi. Al piano di sotto v’erano inquilini pressochè invisibili. Quando mio marito e la servente se ne andavano, io senza accorgermi evitavo di far rumore movendomi.