Le mie vestaglie di flanella mi assicuravano, ad ogni istante, ch’io ero proprio una donna maritata, un personaggio serio, cui l’esistenza era definitivamente fissata. Quando uscii la prima volta sola a fianco del mio antico compagno di ufficio, per lo stradone maggiore del paese, con in capo un cappello piumato che mi pesava orribilmente, e la persona impacciata entro un vestito all’ultima moda, mi parve che un abisso di tempo e di cose mi separasse dalla creatura che ero solo un anno innanzi.

Confusamente sentii la necessità di prendere come la cittadinanza del luogo, di immedesimarmi cogli usi e coi sentimenti delle persone che costituivano la mia nuova famiglia, l’ambiente in cui mio marito era cresciuto e nel quale anche i miei figli si sarebbero educati. Ogni qualvolta andavo a visitare mia madre, mi si affacciava più nitida la differenza fra il mondo da cui ero uscita e quello ove penetravo ora. E quasi un inconfessato rancore me ne veniva per il mio passato: qualcosa d’istintivo, d’irriflessivo e d’ingiusto, contro la mamma, come contro le sorelline, contro mio padre e contro le mie «utopie».

La mamma sola se ne accorse, colla sua sensibilità d’inferma: due o tre volte, in quei primi tempi della mia vita coniugale, ella espresse senza parlare, nel bianco volto sempre più devastato dalla sofferenza, la sorpresa dolorosa che le procurava il mio silenzio. Io recavo dal viaggio di nozze un’impressione confusa, o piuttosto già sbiadita: nessuna forte compiacenza spirituale, nessuna vibrante rivelazione dei sensi. Oh l’attesa delle fanciulle! Io non avevo avuto tempo di foggiarmi nel desiderio tutto un mondo di ebbrezze; ma la delusione era stata ugualmente amara. Mi rimaneva in mente soltanto un diverbio scoppiato senza motivo serio il terzo giorno, per cui eravamo rimasti tutto un pomeriggio all’albergo in un mutismo stizzoso. E perchè presentando mio marito alle amiche di Milano ed ai parenti m’ero accorta che temevo di leggere nei loro occhi dello stupore e forse della disapprovazione?

Non volevo rispondere, non volevo neppure ascoltare in me stessa queste interrogazioni. Per ciò mi dava disagio la sollecitudine ansiosa di mia madre: capivo bene ch’ella si aspettava che io le tornassi trasformata, più sorella che figlia ormai, coll’anima gonfia di emozioni che dovevano costituire uno dei pochi bagliori luminosi del suo passato. Ella mi costringeva ad ammettere, anche di fronte a me stessa, che il mistero non c’era più per me, che non era neanche esistito, che tutto m’era stato rivelato un anno avanti, in quel fosco mattino che credevo quasi obliato....

Verso mia suocera non avevo invece alcun debito di confidenze. Soltanto volevo conquistare lei e i suoi, e non lo credevo difficile. Già mi pareva che essi mi ritenessero differente, d’un metallo più fine, prezioso, e la cosa li rendesse intimamente orgogliosi. Ai due vecchi sembravo una bimba. Mia cognata doveva invece aver l’intuizione d’una forza celata sotto la mia fragilità, ma una forza probabilmente incapace di divenire ostile. Per tutta la famiglia, del resto, mio marito era senza discussione lo sposo ideale, ben degno di avermi ottenuta.

Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino, la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina a pianterreno, coll’uscio quasi sempre aperto sull’orto. Coi pomelli arrossati, ella appariva più giovine nei tratti regolari e salienti del volto, e quasi bella; e mi sorrideva un po’ confusa dandomi del voi. Anche mio suocero non riusciva a dirmi tu. Alto, gigantesco anzi, era un po’ curvo e lento nei movimenti. Al mattino era lui che faceva le provviste. «È contenta la signora baronessa?» chiedeva alla figliuola. Questa, una zitellona sui trent’anni, trovava sempre a lagnarsi; aveva un temperamento imperioso ed egoista, freddo e lunatico insieme, e dinanzi a lei la madre tremava.

In verità, ella aveva, in paese, una nomèa di virago ch’io ignoravo, come ignoravo che la famiglia intera non riscuoteva alcuna simpatia. Mio suocero, molto tempo addietro, aveva subìto un processo e una condanna, cosa non rara nel paese. Il figlio mi aveva raccontato una complicata storia di offese e di vendette per dimostrarmi l’innocenza paterna, e la sua commozione m’aveva persuasa. Ora, nella cucina piena d’ombre e di riflessi mi pareva in certi momenti di notare nel vecchio dei gesti impacciati, quasi le pareti si restringessero attorno a lui sino a diventare una cella, il carcere ove egli era stato per due anni.... Così mite e guardingo, con rarissimi istanti di una giovialità che una volta doveva essere stata la sua natura, mi suscitava sempre una pietà mista a timore.

I rapporti fra i membri della famiglia mi riuscivano strani: a casa mia tutto era più regolare, più disciplinato, più chiaro. Ma ciò che mi faceva invece sentire una specie di fascino in quell’ambiente grossolano era il senso della tradizione, era l’ossequio al costume, era la volontà tenace che animava quella gente, in certe ore, ad esaltare il vincolo del loro sangue e del loro nome e della loro terra. In mille minute cose, dal modo di preparare una vivanda in una data solennità, sino alla difesa accanita che mia cognata dinanzi ad estranei faceva del fratello, che poco prima aveva a tu per tu malmenato, trovavo un’espressione di vita affatto contraria a quella che aveva foggiato il mio carattere e il mio gusto; contraria, spesso errata—aggiungeva quasi per forza il mio raziocinio—ma non priva di suggestione.

Intanto una specie di torpore m’invadeva. Era come un bisogno d’inazione, di completo abbandono alle cose circostanti. Così la mia persona piegava al volere del marito. Progressivamente, delle ripugnanze sorgevano nel mio organismo, ch’io attribuivo ad esaurimento, a stanchezza. Non cercavo di vincer la frigidezza per cui egli si stupiva e, talora, si doleva: mi sarebbe parso inconcepibile un contegno più espansivo. Unica compiacenza sentirmi desiderata: ma anch’essa spariva dinanzi a rapide visioni disgustose o sotto l’urto di parole volgari o insensate. Chiudevo gli occhi, m’impedivo di pensare e restavo come in letargo.

Poi, mi addormentavo. Quanti anni avevo? Non ancora diciassette.... Il sonno era lungo, tranquillo, di fanciulla.