Alle undici del mattino la donna che veniva per la pulizia della casa se n’andava. Preparavo da sola il pranzo e la cena, senza svogliatezza, ma anche senza piacere. E si seguivano le giornate, senza saper come. Tenevo alcuni libri di contabilità per la fabbrica, un lavoro che potevo compiere in casa e che il babbo m’aveva concesso perchè m’illudessi di mantenermi in una certa indipendenza; ma non mi occupava che per due, tre ore. Abbonata a qualche giornaletto, leggevo un poco; scrivevo alle amiche ed alle maestre. Il primo mese ebbi la visita di alcune maggiorenti del paese e la ricambiai, infastidita e insieme divertita dalla mia nuova parte di signora.

Più soddisfatta ero quando, alla sera, veniva a trovarci qualche amico di mio marito: dopo aver vantato i pregi della nostra macchinetta pel caffè, questi passava a far gustare all’ospite certo vino in fiaschi. Fumavano, bevevano, talvolta uscivano in qualche triviale espressione paesana, dimenticandomi; quando il discorso cadeva sulla politica, partecipavo alla discussione, sentendo cadere un poco la mia timidezza; i contradditori, su per giù, erano tutti all’altezza intellettuale di mio marito e facili a capitolare davanti alla mia logica.

Qualche altra volta si andava in casa d’un suo parente, capo della fazione democratica, ove convenivano vari borghesi, alcuni con le mogli. Le chiacchiere meschine e pettegole delle donne si alternavano colle discussioni rumorose degli uomini. Mi sentivo guardata dai più con una specie di diffidenza mal celata, nel ricordo delle eccentricità di quand’ero ragazzina. Una sola persona, un giovine dottore toscano, di recente nominato, che viveva a pensione nella casa stessa di quel nostro parente, avevo sentito dai primi incontri affine a me per lo spirito meditativo, per la correttezza del linguaggio e, parevami, del pensiero. Colto e di vivace intelligenza, doveva considerarmi con una punta di curiosità notando la contraddizione fra la mia vita esteriore e l’anima che sorprendeva forse talora in una fugace ombra su la mia fronte infantile.

Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane: ma ero priva ormai di ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto all’elemento borghese, esso mi appariva più volgare ancora di quel che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse per penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra ed empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro vita. Gli uomini, malgrado l’affettazione di miscredenza, esigevano da esse le pratiche religiose. Lo stesso desiderio inconfessato era forse in mio marito. Quello ch’egli non desiderava, invece, erano i bimbi, e me lo ripeteva spesso. Per egoismo? E io non sentivo ancora sorgere dal fondo del mio essere la brama d’una esistenza nuova che mi appartenesse, mi fosse cara, m’illuminasse la vita.

«Gli amici mi vantano il tuo ingegno, mi dicono che ho una sposina invidiabile....» mi riferiva mio marito. Non ne ero convinta. Avevo bensì l’impressione d’essere giudicata graziosa, e forse bella; ma davanti allo specchio non mi riconoscevo tale affatto, mi trovavo un’aria assonnata, di bimba vecchia. E anche di questo non mi curavo troppo.

Una sola vampata dell’antica fierezza m’assalì una sera, nei primi tempi, mentre stavo ponendo assetto in un piccolo cofano ove mio marito aveva riposto le sue carte, la nostra corrispondenza, qualche ricordo. Che stupore, quando vidi conservate, accanto alle mie, le lettere che sei, otto anni avanti gli aveva scritto la sua prima innamorata, la ragazza, rimasta zitella, di cui incontravo talora per via lo sguardo scintillante d’odio! Non ne lessi che una, senza ortografia, piena di frasi da segretario galante. Egli, accanto alla stufa, sorrideva con una certa fatuità. Continuando a rovistare, altri biglietti più brevi di donna saltarono fuori. «Sono.... di quand’ero al reggimento, sai, una figlia di oste....» Ma non gli davo già più retta; leggevo un telegramma, firmato con un diminutivo femminile; e guardavo la data; l’estate scorsa, durante il nostro fidanzamento....

Lacerai quelle carte in mille pezzi: egli non osò protestare.

Perchè non gli credevo, mentre mi andava tessendo tutta una storia? E perchè soffrivo, soffrivo a quel modo? Amavo dunque tanto quell’uomo? O, veramente, qualcosa crollava, si sfasciava tutto un edifizio, che la mia buona volontà s’era venuto costruendo?

L’impressione parve dissiparsi in una crisi di lagrime. M’imposi di dimenticare, di non tormentarmi. Checchè fosse stato, ora egli era il mio sposo, il mio compagno, colui sul quale doveva agire lentamente ma sicuramente la mia influenza onesta.

Non vedevo più mio padre, ma me ne parlava mio marito, che lo trovava sempre troppo esigente ed aspro, e le mie sorelle, e, qualche volta, la mamma. Egli viveva quasi sempre fuori di casa: della vita dei figliuoli non s’informava più. La casa era invasa di terrore quando egli entrava; poi, allorchè richiudeva la porta dietro le sue spalle, i ragazzi avevano lo spettacolo di mia madre che s’abbatteva in crisi di pianto e di protesta, obliando la loro presenza. Perfino l’ultima sorellina non riusciva a calmarla, a richiamarla in sè che a fatica, col povero sorriso dolente della boccuccia infantile. L’altra sorella, ormai tredicenne, savia, tranquilla, assumeva quasi senza accorgersene la direzione della casa. Mio fratello usciva con me in frasi violente verso il padre, che non lo mandava a proseguire gli studî in città e l’obbligava ad un lavoro troppo greve in fabbrica. E pareva che tutti fossero nell’attesa d’uno scioglimento funesto.