Io non mi sentivo l’energia di giudicar mio padre. Talvolta avevo, rapidissima, l’impressione d’aver contribuito per la mia triste fatalità a quel naufragio della sua coscienza. Non lo avevo abbandonato, senza tentare un gesto per ritenerlo nella sua casa, presso i fanciulli che erano stati un giorno il suo orgoglio? Forse che a quindici anni avevo il diritto di staccarmi indignata da lui, al quale riconoscevo di dover tutto quanto in me era di buono?

E una parte di questi rimproveri facevo ricadere sulla mamma. La sua debolezza, la sua rinuncia alla lotta mi esacerbavano tanto più in quanto ero costretta a riconoscermi ora dei punti di contatto con lei nella mia rassegnazione al destino.

Ma la sventurata soffriva atrocemente, e non solo nell’anima. Una terribile crisi fisiologica la sconvolgeva: coglievo degli accenni tra i suoi discorsi slegati, che mi facevano sussultare nelle intime fibre, nella mia sostanza femminile ornai consapevole. E mi pareva che questo stranamente, ora più che mai, m’impedisse d’essere, per la donna ch’era mia madre, una consolatrice. Ah, ch’io non era davvero la sposa innamorata che ella supponeva, la creatura gioiosa, capace di tutta la pietà per lei che tendeva le mani dietro i beni perduti!

Mio padre.... che cosa provava? Che cosa gli diceva il medico che somministrava alla malata pozioni deprimenti e s’affannava a dimostrarle la necessità di mutar vita, di partire, di fidare nelle risorse del proprio organismo, nel tempo, nei figli? Anch’egli scongiurava mio padre, come l’infelice stessa, a mentire e aver pietà? Poichè, io lo comprendevo, a questo si era: ella avrebbe accettato l’elemosina del suo affetto anche parteggiato con la rivale.

Sentivo che il babbo non sarebbe tornato indietro. Egli era, a quarantadue anni, al sommo della fortuna materiale, in guerra contro cose ed uomini, animato come non mai dall’aspra volontà di non riconoscersi dei torti. Non risaliva certo al passato, non si diceva, certo, che un tempo egli avrebbe potuto evitare la sciagura.... Soffriva? Aveva qualche lampo di sgomento? Non una parola, non un gesto di lui che m’illuminasse.

Capivo soltanto che l’ostilità omai aperta di tutto il paese, la rivolta del sentimento pubblico ispirata dall’arciprete, dai civili invidiosi, da operai scacciati, esasperavano il suo amor proprio, e che anche il suo atteggiamento di provocazione gli faceva perdere sempre più il senso della realtà.

E le settimane intanto fuggivano rapide. Era giunta l’estate senza che quasi me ne accorgessi, torpida qual’ero di membra oltre che d’animo.

Una notte fu bussato alla porta. Era mia madre, sorretta da mio suocero, disordinata nelle vesti, con lo sguardo immobile ed emettendo suoni inarticolati. Uscita di casa sua senza che la domestica se ne avvedesse, aveva errato per le vie, forse a lungo, finalmente s’era imbattuta nel vecchio che l’aveva condotta da me. Forse aveva ceduto all’ossessione di andare in cerca di mio padre.

Rimasi come fulminata. Poi immaginai la casa aperta coi piccini addormentati, ignari. Dinanzi a quella miseria umana che mi ricercava nel mezzo della notte, ebbi una rivolta selvaggia di tutto l’essere.... Tremavo, in preda anch’io alla febbre.... E lanciai alla sventurata parole acerbe, folli quasi come le sue.... Oh, mia madre!... E per l’amore di un uomo che non la meritava più!...