Mi rivedo, semivestita, in piedi accanto al mio letto, mentre ella appoggiata al muro mi guardava e piangeva sommessa. Il medico, sopraggiunto, le aveva fatto prendere un forte calmante. Ad un certo punto chiese di esser ricondotta presso i suoi bambini. Mi ricoricai. Al buio, nel silenzio, la scena atroce mi si prolungava all’infinito dinanzi alla mente; e sentivo la febbre aumentare, e con la febbre un tumultuoso odio per la vita, un disgusto, una stanchezza senza fine....

Tornò il medico. Un germe di vita nuova, non per anco avvertita nel mio grembo, m’aveva abbandonata.

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VI.

Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola: mamma; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto formare.

E frattanto un rimorso mi pungeva, qualcosa che mi prostrava, che mi toglieva, ancora una volta, l’amore di me stessa e il gusto della vita. Pensavo a mia madre, al torrente di parole spietate che era uscito dalla mia bocca in quella notte atroce, al passato.... Che cos’era stata ella per me? L’avevo io amata?

Non osavo rispondere, mentre io stessa mi consideravo sotto un nuovo aspetto, nella desolazione d’un sogno materno balenatomi d’un tratto e immediatamente svanito. Sentivo di non aver mai contribuito a far felice mia madre, fuorchè forse al mio primo apparire tra i due sposi innamorati. Ella, è vero, non entrava come elemento essenziale in nessuno de’ miei ricordi luminosi; ma bastava questo a spiegare la indifferenza ch’io avevo avuto nel tempo per la misera anima sofferente?

Tutto il passato, lucidamente, era adesso davanti al mio spirito.

Per diciotto anni l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come moglie, le poche gioie le si erano mutate in infinite pene: come madre non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature.