Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benchè fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliuolanza. Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti, antipatici allo sposo. Credente, forse con un misticismo scoraggiante, e senza gusto per le pratiche del culto, la religione non l’aveva sollevata da un solo dolore. Di fantasia viva e calda e di gusto fine, non però s’era mai applicata a nessuna arte, e nessuna manifestazione del genio, le aveva suscitato uno speciale fascino traendola fuor di se stessa per qualche istante. Non una amica, non un consigliere, mai, sulla sua strada. E una salute incerta, un organismo travagliato da lenti mali....

Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l’intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l’aveva.

Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?

Un mese circa era passato dalla mia malattia. Una volta sola avevo rivista l’inferma, un giorno in cui ella era calma e nel quale, fra le altre frasi quasi assennate, m’avea detto, facendomi fremere: «Ah, se tu avessi avuto un bimbo! Perchè non hai avuto un bimbo?» Ella avea vagheggiato un nipote, una rinnovata maternità!

Poi il medico m’aveva proibito altre visite. Veniva ogni pomeriggio, un momento, mio fratello, o la sorella piccola, con l’affanno nella gola e gli occhi dilatati. La mamma non ascoltava più neppure le loro voci, alternava stravaganze a minacce d’ogni genere: l’infermiera non era più sufficiente alla sua sorveglianza. La bimba mi scoppiava a piangere fra le braccia; il ragazzo si torturava per non esser più grande, capace di portar lontano la sventurata da colui che non ne aveva alcuna pietà.

Il babbo appariva cupo, impenetrabile, non parlava. E noi tutti continuavamo ad avere per lui un senso di terrore, che ci paralizzava e ci avviliva....

I medici, infine, dichiararono necessaria una cura regolare, in una casa di salute. Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai ragazzi spauriti.

La partenza di lei per la vicina città fu infatti per i piccoli infelici, dopo tanti mesi di angoscia, una liberazione. L’immagine dolce e dolente che avean vista china sui loro letticciuoli negli anni dell’infanzia, erasi trasformata in una figura spettrale, da cui non si sentivan più amati e che temevano di non riuscir più ad amare. Oh, tornasse presto, a cancellare anche l’ombra del sinistro sogno!

Ed io, avrei mai potuto chiederle perdono, dirle la mia pena senza nome per il ricordo di essere stata così disumana, farle sentire come la comprendessi finalmente?

No, mai più la mia voce le sarebbe scesa al cuore: io non avrei più potuto parlare alla mia mamma, lo sentivo, lo sentivo; tutto era finito! Di lei, di quel ch’ella era stata, non sarebbe rimasto a noi che la memoria, come un oscuro ammonimento....