Il giro dei giorni e delle settimane ricominciò.

Lentamente mi sollevai dalla prostrazione fisica: l’energia spirituale pareva estinta. Non avevo nessun lamento. Immaginavo, per la sequela di casi tragici che s’era abbattuta su la mia vita breve, di possedere ormai la visione intera del mondo: un carcere strano.... Tutto era vano, la gioia e il dolore, lo sforzo e la ribellione: unica nobiltà la rassegnazione.

Non tentavo neppure di dedicarmi alle mie sorelle per attenuare la loro sventura e dare uno scopo immediato alla mia esistenza. Una giovine istitutrice, giunta poco dopo la partenza di nostra madre, cercava di accaparrarsi tutto il loro affetto. Elegante e civettuola, la vedevo malvolentieri occupare il delicato ufficio e pensavo che avrei dovuto lottare perchè ella non prendesse troppo ascendente sulle due fanciulle. Ma invece lasciavo che queste si allontanassero con insensibile progressione da me. Il babbo mi ricercava ancor meno. Della assente nessuno pronunciava mai il nome con lui.

Incapace d’ogni indagine, mio marito era soddisfatto della mia tranquillità esteriore, della trasformazione evidente del mio carattere, sempre più remissivo. Egli rivestiva l’indefinibile suo egoismo con una superficie di tenera sollecitudine. Era una sollecitudine di sole parole, ma serviva ad impedire lo scoppio di malumori, le spiegazioni franche. Pareva che entrambi temessimo di approfondire la realtà e che un patto muto mantenesse i rapporti cordiali e indulgenti. Ma non era propriamente così. Egli credeva nella persistenza del mio amore e dal suo canto penso m’amasse un po’ come una cosa sua, una proprietà, o se l’imponesse secondo un’idea convenzionale del dovere. Io lusingavo il suo amor proprio colla mia bellezza che rifioriva, colla mia intelligenza, colla calma e coll’ubbidienza ai suoi capricci gelosi di cui non mi offendevo, sorridendone. Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nella insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di perversione. Ignorante più ancor che brutale, egli non si spiegava il fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi.

E i giorni, le settimane scorrevano. Quel tempo, nonostante i ricordi emergenti qua e là, resta il più confuso della mia vita, il più indecifrabile: ho solo precisa la sensazione che qualcosa, non so che cosa, mi difendesse dalle amarezze e dagli scoramenti irrimediabili, m’imponesse di continuare a vivere così, automaticamente, con una oscura alterezza per la mia silenziosa acquiescenza al destino.... La memoria de’ miei anni infantili era un’oasi cui talora ricorrevo. Ma dopo quella, sorgeva immancabilmente l’immagine della donna dolorosa nel tragico asilo, quale l’avevo vista la prima volta, poche settimane dopo la sua partenza: e provavo un brivido subitaneo, quasi la sensazione di chi, smarrito su un ghiacciaio, sente le oscillazioni d’una corda che lo lega ad un compagno precipitato nell’abisso. Oh la voce di mia madre, già diversa, che diceva cose incoerenti! E l’immenso casamento dal quale si elevava un brusìo confuso di risa e di singhiozzi, come l’eco d’una folla in tempesta che un muro dividesse dal resto del mondo; i vasti corridoi deserti, lungo i quali strisciavano le infermiere con mazzi di chiavi alla cintola, mentre agli usci s’affacciavano talora figure fuggevoli dai grandi occhi sbarrati e dalle bocche sorridenti, fantasmi d’una vita occulta; e infine la stanza bianca colle sue inferriate, alle quali mia madre si afferrava chiamando a nome la città che si stendeva lontana e bellissima nel sole, come un bimbo chiama a sè il lago e il bosco! Ero uscita dal recinto di dolore con un tremito interno, senza poter piangere nè parlare, sentendo una sofferenza fisica che mi prostrava e rivoltava insieme, qualcosa di oscuro e d’inesprimibile, come un desiderio sconfinato di evasione: evadere dalla vita, smarrire la strada che conduce al porto della pazzia....

Un anno, così, avvolto di nebbia tetra. Poi.... Poi il palpito in me d’una nuova vita, e l’attesa ineffabile....

Dapprima era stato un senso di timore, quasi di terrore: il dubbio inespresso ma tormentoso sull’intima eredità che mio figlio avrebbe avuto da me e dal mio compagno... E altre preoccupazioni meno profonde ma pur gravi, sull’avvenire materiale che ci si preparava, sulle mie attitudini alla maternità....

Questa prima impressione sparì presto. Osai guardare il futuro, accettarlo con un coraggio tanto più forte in quanto persisteva in me una malinconia profonda, quale non provai forse mai più in nessun altro periodo della vita. Lentamente ascoltai in me destarsi gli istinti di madre; sentii che mi sarei votata a quel piccolo essere che si formava nel mistero, sentii che l’avrei amato con tutto l’amore che non avevo dato ancora a creatura. E una gioia silenziosa ed austera mi fiorì nell’anima, irrorata dalle prime lagrime dolci della mia vita. Avevo, alfine, uno scopo nell’esistenza, un dovere evidente. Non solo mio figlio doveva nascere e vivere, ma doveva essere il più sano, il più bello, il più buono, il più grande, il più felice. Io gli avrei dato tutto il mio sangue, tutta la mia giovinezza, tutti i miei sogni: per lui avrei studiato, sarei diventata io stessa la migliore.

Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna della responsabilità che s’iniziava per entrambi.

Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevo promesso, ricordandomi che a mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli ho avuto ed allattato io!»