De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende per formarne degli angeli.
Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta, un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura stava per colpirla ancora una volta.
Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina. Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzale ed io mi trovai sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente. Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.
La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due settimane spirò.
Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe fissato la mia vita.
Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire indicibilmente.
Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!
Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.