Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio mi avrebbe dati nel tempo.
La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno, muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente; io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò, parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta, semisvenuta, incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento; nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime disperate.
Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva, verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva, cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale, qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa ingiustizia....
Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame. Dopo una settimana venne a sua volta sostituita. La nuova nutrice, d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.
Non notavo che mio marito m’era diventato affatto indifferente e che la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo, quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò che non era il sorriso di mio figlio.
Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza, un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo di distanza dalla faccina di mio figlio.
Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo, sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in quanto avevo di più sacro.
Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere squilibrato e incompleto.