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VIII.

Su un libriccino segnavo le date maggiori dell’esistenza fragile e preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a qualche notazione rapida del primo destarsi dell’intelligenza nel bimbo e delle impressioni varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice.

Rivedo il corpicino di mio figlio ignudo nel bagno, sorretto dalle mie mani trepide: bello, di una bellezza perfetta che consideravo senza orgoglio, con timore, immaginando possibili deformazioni, chiedendomi se avrei amato quella creatura quando avesse recato qualche marchio d’infelicità, e dicendomi che le avrei fatta bella la vita in qualsiasi condizione. Rivedo lo sguardo di lui, inesprimibile: uno sguardo luminoso come un lembo di cielo azzurro; e la bocca deliziosamente fiorita, e la testina coperta di fini capelli castani, e le mani irrequiete, prepotenti, sempre occupate. E vedo me stessa china sulla sua culla per ore e ore, di giorno e di notte, spesso affranta, col petto gonfio di una gioia grave, quasi mistica. Ero necessaria a mio figlio quanto egli a me; la mia vigilanza perenne faceva di lui un superbo esemplare d’infanzia fortunata; ero ben io che lo portavo avanti, senza posa, io sola, ostinatamente. Egli mi apparteneva, perchè io sola me gli davo; suo padre, sua nonna, tutti gli altri godevano lo spettacolo; ma io ero l’autrice; da me sola avrebbe dovuto riconoscere tutto ciò in avvenire.

La balia se ne andò prima che il bimbo compisse l’anno. La primavera e l’estate mi videro scaldarmi al sole insieme alla mia creatura. Sostenevo il piccino nel suo sgambettìo tentennante, poi lo prendevo in braccio, lo portavo attraverso i campi o in riva al mare, a lungo, ansando talvolta e sorridendo insieme per la fatica. Che cosa ci dicevamo mio figlio ed io, dalla mattina alla sera? Chi sa! Egli chiamava: Mamma! ed io dovevo rispondergli palpitando. Talora scrivevo tenendolo in grembo, lettere ad amiche, cifre per gli operai; o leggevo adagiata accanto a lui su un tappeto, fra i più strani oggetti. Negli occhi turchino cupi, vellutati fra le ciglia lunghe, splendeva a tratti un lampo di furberia, la coscienza dell’onnipotente sua volontà; e in me capitolavano tutte le energie, io non sapeva più esiger nulla da chi mi guardava con tale adorabile malizia.

Mia suocera aveva cessato di brontolare perchè non eseguivo le sue magiche ricette contro il malocchio e una quantità d’altri pericoli. Quando veniva a trovarmi, più piccola e sfinita nell’abito da lutto, il volto le si accendeva fugacemente scorgendo le grazie del nipotino. In paese si diceva ch’ella subisse ora chi sa quali maltrattamenti dalla figlia. Non si lagnava, ma era sempre più curva, più silenziosa: quali ombre di pensieri amari dovevano svolgersele nella mente?

Il bimbo aveva alquanto ravvivati i rapporti miei con le mie sorelle e mio fratello. L’istitutrice, partita da casa loro per un migliore impiego, non era stata sostituita. Ogni due mesi si andava a trovar nostra madre, che ormai non chiedeva più di tornare con noi, s’interessava sempre meno alle nostre frasi tremanti, acquistava progressivamente, con una pinguedine che impensieriva i medici, un linguaggio ed un’espressione infantili. Le figliuole principiavano a sentire intera la loro solitudine morale, a formular dei rimproveri concreti contro la condotta paterna. Ma si effondevano poco con me. Dovevano pensare che non ero felice: anche compiangendomi però, mi reputavano certo un essere poco sensibile. Ne soffrivo, ma non trovavo la forza di disingannarle, di conquistarle.

Qualche volta incontravo il babbo, non curante che di arricchire dacchè aveva preso in affitto la fabbrica, senza un pensiero per l’abbandono in cui si trovavano i figli malgrado l’agiatezza crescente che li circondava. Guardava il mio piccino come una graziosa bestiuola. Di mio marito continuava ad esser mediocremente soddisfatto, pur avendolo elevato a vicedirettore. Alla vita del paese era divenuto del tutto estraneo; nelle sue critiche era troppa acredine perchè potessi rilevarne come in passato le note giuste; e tuttavia parlando con lui mi sentivo sempre portare come in un cerchio più spazioso d’idee, sì che tornando nelle mie stanzuccie avevo l’impressione di ripiombare in un pozzo angusto, soffocante. Neppure le conversazioni coll’amico dottore mi facevano un tal effetto di eccitare quanto v’era in me di più originale e forte.

Col dottore, pur divertendomi a discutere le sue opinioni temperate e in parte pessimiste, restavo perplessa, e spesso sconcertata. La nostra simpatia aveva forse radice in una differenza sostanziale della nostra educazione e in una somiglianza altrettanto profonda dei nostri gusti: ma io non possedevo me stessa intera ed egli non era lo spirito atto a suscitare una certezza qualsiasi nella mia anima.

D’altronde, che cosa pensava egli veramente di me? Come di fronte agli altri, anche di fronte a lui non avrei voluto apparire donna da compiangersi.