Sempre più gravosa intanto mi riusciva la missione che m’ero imposta verso mio marito. Ora anche il suo affetto egoistico mi pareva intepidito. Nuovi sospetti sulla sua fedeltà mi erano sorti a proposito d’una bella e sfrontata operaia ch’egli aveva difeso presso mio padre a torto. Per altro, l’istinto geloso perdurava in lui e si manifestava in modo sempre più tirannico.

Un giorno non so più bene dietro qual bisticcio futile, lo vidi per la prima volta montare in furore, gettarsi su un vestito nuovo che stavo per indossare, e lacerarlo.... Mi parve di venir io stessa malmenata. Egli si represse tosto, tentò scusarsi. Volli dimenticare, non dar importanza all’incidente....

Lo guardavo talora, sempre sicuro di sè, pago intimamente della sua situazione, debole e pauroso di fronte ai superiori e alla folla, privo di ogni intuizione, inetto nella carezza come nel rimprovero, inutile, estraneo alla mia vita. Egli non sentiva il mio esame, ed io riportavo lo sguardo su mio figlio, obliando istantaneamente il gelo ed il terrore di quell’involontaria analisi, scaldandomi e tranquillandomi al suo sorriso.

Sopraggiungendo l’inverno riprendemmo, una, due volte per settimana, le veglie in casa del nostro parente. Vi convenivano regolarmente, oltre al dottore, qualche commerciante ammogliato, il segretario comunale, un maestro con alcune figliuole e qualche volta mio fratello e un suo amico studente quasi sempre in vacanza: talora nello stanzone s’era più di venti ad ascoltar le canzonette napoletane del segretario fra un pettegolezzo, una disputa e un ragionamento sbilenco.

Mia cognata non mancava mai. Notavo in lei con un certo stupore delle velleità d’eleganza e come una preoccupazione di civetteria dacchè aveva smesso il lutto. Si mostrava apertamente invidiosa delle ragazze, più giovani di lei e un poco più affinate. Ma nessuno, per buona sorte, le badava troppo: solo il dottore, che l’aveva curata pochi mesi avanti per un’ostinata nevralgia, le lanciava qualche satira, con un sorriso fine, ed ella chinava il capo stranamente confusa e non ribatteva.

Il dottore mi mostrava la sua compiacenza nel vedermi partecipare a quelle riunioni serali ove pur tante cose mi urtavano. Ero così priva di distrazioni, che mi ci recavo abbastanza volentieri. Mi sentivo circondata, ora, da un rispetto che mi lusingava, venendo da individui generalmente sprezzanti verso la donna; più che la fama di geloso che mio marito s’era acquistata, era certo il mio aspetto di bimba pensosa e gentile, così differente dal tipo femminile del luogo, che frenava la parola e il pensiero di tutti quegli uomini, obbligandoli ad estrarre alla luce quanto di meno volgare ognuno possedeva.

Una sera, mentre il segretario suonava, vidi ad un tratto fissi sui miei, acutamente, singolarmente, gli occhi di uno della comitiva, seduto di fronte a me. Era un forestiero, come in paese chiamavano tutti coloro non nati lì. Egli diceva d’esser vissuto, sino a tre anni avanti, sempre all’estero, un po’ qua un po’ là, per gusto d’avventure. Sapeva infatti parecchie lingue ed era certo, dopo il dottore, il più intelligente ed istruito di quanti conoscevo in paese. Viveva di una piccola rendita, con la moglie e un bambino dell’età stessa del mio, bellissimo.

Da poche settimane soltanto le relazioni tra le nostre due famiglie s’eran annodate: la giovane m’era apparsa alquanto ambigua, con un’espressione leggermente sarcastica su un pallido volto di consunta. Quanto all’uomo, di trent’anni, di media statura ma di forme atletiche, biondo, con una singolare voce calma e metallica, corretto nei modi ma impenetrabile nello sguardo, non mi suscitava interessamento speciale. Non avevo di lui alcuna opinione precisa, come del resto non ne avevano gli altri suoi conoscenti, perchè solo da poco egli s’era stabilito in paese, ove l’aria pareva dovesse giovare alla moglie.

Sotto il suo sguardo trasalii. Che voleva quell’uomo? Mi pareva che sorridesse in modo enigmatico, per la soddisfazione d’avermi fatto notare la sua occhiata, forse; e mi sentivo come schiaffeggiata da quel muto riso. Ma una sorta d’ipnotismo mi obbligò a ricercare di nuovo le sue pupille; non sorridevano più; erano cupe, imperiose, ardenti.