Quella notte mi coricai con una sorda agitazione nell’anima, quasi che un nemico mi avesse dichiarata una guerra dal motivo e dall’esito ignoti. Per la prima volta dacchè ero maritata, un uomo a due passi da me ardiva di guardarmi in tal modo, come obliando la mia fama di orgoglio e di austerità. E la sorpresa era pari all’indignazione.

Per alcune sere fui perseguitata da quegli occhi azzurro chiari, implacabili, ma che via via perdevano l’espressione di comando che mi aveva sgomentata, per assumere una dolcezza grande, quasi un’estasi di sogno. Colui parlava poco, abitualmente; potendo si isolava dall’uno o dall’altro gruppo, e dall’angolo in cui si poneva mi fissava lungamente, non scorto che da me. Al momento dei saluti, tratteneva un istante più del necessario la mia mano nella sua, in silenzio. Facevo con mio marito la strada fino a casa, nel rigore della notte invernale, fantasticando. A casa trovavo il bimbo addormentato, e a guardia di lui la donna di servizio, sfinita, che se ne andava subito verso la sua catapecchia. Una rapida punta al cuore. E sotto le lenzuola invocavo ansiosamente il sonno.

Al mattino, mi rialzavo col capo greve. Di là dai vetri della sala da pranzo scorgevo talora, giù nella strada, passar lenta una figura, che non mi salutava e mi guardava. Un attimo; e lasciavo la finestra. Mi ponevo a giocar col bimbo. La sera, prima di uscire, mi fermavo davanti allo specchio, come non avevo mai fatto.

Nel nostro convegno le tre figliole del maestro susurravano spesso a bassa voce tra loro quando mia cognata ascoltava il dottore con aria estatica. Mio fratello una volta, scorgendole in quell’atteggiamento, mi disse ridendo, a bassa voce: «Il segreto di tua cognata diventa quello di Pulcinella.... Non ha da esser fiero il dottore della sua conquista!...» Avrei voluto chiedergli spiegazione e non osai. Che intendeva dire? Che rapporti potevano esistere fra il mio amico e quella creatura? Restai perplessa, mentre mi cresceva ad un tratto l’oscuro senso di malessere. E mi sentii più sola, inosservata fuor che da quell’unico....

Ormai non potevo ignorare il proposito di quell’uomo: io gli piacevo e voleva mostrarmelo. Poi?... Che attendeva, che immaginava? Talora, a notte, tornando dal consueto ritrovo e accompagnandoci per un tratto di strada insieme a sua moglie, egli mi gettava al disopra delle spalle di questa, piccolina, il suo sguardo penetrante, e io non distoglievo il mio che dopo un attimo, e per considerare le altre due figure che mi camminavano a lato, ignare. Mi chiedevo: «Dove vai? Sei tu, tu che accetti questo?»

Un semplice atto di energia sarebbe bastato, sì. Il pensiero di quell’uomo entrava ormai in tutte le occupazioni della mia giornata, le metteva tutte in seconda linea; financo mio figlio non valeva a liberarmi dall’ossessione; ma non era un pensiero appassionato, neppure simpatico. Il mio cuore non batteva, non poteva battere per chi mi era quasi sconosciuto, per chi non vedeva in me, certo, che un fiore degno d’essere carpito all’indifferente proprietario..... E colui doveva ben dirsi che il gioco non poteva prolungarsi molto.

Il capo d’anno passò: ricevetti, un dì che mio marito era assente dal paese, una lettera. Mi si pregava di una parola che convalidasse le speranze nate in un cuore in cui l’amore e il dolore tumultuavano. Sorrisi. Le frasi non mi persuadevano, e vidi annunziarsi l’atteso scioglimento. Perchè risposi?

Risposi, non rammento in quali termini, che quel cuore doveva riconquistare virilmente la calma, fugare le ombre d’un sogno, perdonare a chi aveva lasciato forse che vi spuntassero vane speranze per biasimevole debolezza... Era uno scritto sincero, con una punta d’ironia che non escludeva il sentimento della pietà per l’aridezza di entrambi; doveva balenarvi qualcosa di stanco e di amaro, traverso la rassegnazione al destino. Rileggendolo, prima di spedirlo, mi parve di avere scritto per me sola, d’aver sintetizzato la mia anima, e come uno sfacelo avvenne in me; io compresi per la prima volta tutto l’orrore della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore, e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi la misura della mia miseria.

Spedita questa risposta, per qualche giorno restai in casa, lieta e triste insieme di non ricevere più segno di vita da chi, senza saperlo, mi aveva fatto gettare un tale sguardo su me stessa e mi aveva strappata una così disperata confidenza. Quell’immagine intanto non mi lasciava, ed io mi sentivo a grado a grado invadere da un languore mortale, che non era più rassegnazione e non era ancora ribellione, ma semplicemente l’ansia di qualche catastrofe impensata che mi togliesse alla coscienza del mio male.