Il suo silenzio mi divenne presto insostenibile. Dopo qualche sera tornai alla casa del nostro parente. Appena entrata vidi il volto temuto, che impallidiva leggermente, mentre gli occhi evitavano i miei; più tardi sentii la voce un po’ affiochita dire d’un malessere provato nei giorni precedenti. Al mattino dopo, con un sotterfugio, mi pervenne una seconda lettera. Era violenta. Mi diceva che l’amore non si doma, che la passione non si dissimula: nulla aveva da perdonarmi, ma tutto da implorare, ancora, sempre, per me, per il mio diritto alla felicità, più ancora che per sè, indegno....
Era tattica sapiente, o il caso? Era colui un abile conoscitore e calcolatore, o io attraversavo una crisi durante la quale una voce qualsiasi di riscossa era irresistibile?
Che cosa replicassi non so più. Mi sfogavo, certo, mi lagnavo miseramente, mi abbandonavo alla dolce fede di essere compresa, di aver trovata un’anima fraterna sotto apparenze taciturne. Dicevo che il domani compievano quattro anni dal dì delle mie nozze.... che la vita mia era sigillata, che solo per mio figlio avrei ancora potuto sorridere....
E sfuggivo ora l’analisi del mio sentimento giganteggiante, attendevo il precipitare dei fatti, senza che il cervello paralizzato mi permettesse di raffigurarmeli in qualche modo.
Io sapevo che sua moglie, votata ad una morte prossima, era di carattere molesto, freddo, impotente a dare e a ricevere affetto. Non credevo ciò una scusa per tradirla; anche verso mio marito non accampavo motivi di rappresaglia; mi sorprendevo anzi a nutrir per l’una e per l’altro una pietà sincera, pungente. Il pensiero del bimbo sopratutto incombeva sul mio spirito. Ma anche esso pareva affievolirsi: via via tutto si oscurava.... Ero pervenuta al sofisma di tutte le donne che conciliano l’amore dei figli colla menzogna maritale? Il mio spirito si raffigurava un avvenire di viltà felice fra le gioie materne e gli amplessi dell’amante?
Non credo. Cercavo di persuadermi che la vita mi offriva finalmente l’amore, il vero, e che dovevo accettarlo, portando all’uomo che mi meritava, tutta me stessa e l’altra parte della mia vita, il mio bimbo, semplicemente, lealmente. Oh, amare, amare, darmi volontariamente, sentirmi di un uomo, vivere, rinascere!
Quanti giorni di battaglia? Non so più: pochi. Quando lo rividi, ad una delle festicciuole da ballo che il gruppo degli amici aveva organizzate, ed egli mi cinse la vita trascinandomi in un turbine di giri e susurrandomi sul collo parole brevi di amore, di amore, e in tutta la sala ridicolmente addobbata, non vidi un solo essere che attingesse le vette del sogno ch’io facevo, e mi sentii nelle vene tumultuare un sangue giovane, ricco, e appresi in un baleno da cento occhi dimentichi, che confermavano le parole ardenti di lui, ch’io ero una donna bella, la sola bella, bella, bella; e mi dissi che un uomo s’era sentito capace di suscitare in me una fiamma che tutta mi travolgesse.... pensai che il mio destino si fissava, e assaporai la prima, l’unica ebbrezza della mia vita.
Mio marito dovette improvvisamente partire per alcuni giorni. Quando lo seppi, tremai. Era un pomeriggio grigiastro, gelido; egli sedeva al caminetto, e io me gli avvicinai, mi strinsi alle sue ginocchia come nei giorni lontani del nostro oscuro idillio, obliando in quell’istante ch’egli era l’autore della mia sventura, non ascoltando che l’avvertimento del cuore per cui vedevo la sua persona travolta colla mia nell’imminente bufera. Egli mi carezzò la testa, come da un pezzo non faceva, scorse l’alterazione del mio viso, si turbò, trovò, dinanzi alle mie lagrime irrompenti, parole di tenerezza. Mi voleva bene dunque ancora? Non sapevo: sapevo di non averlo, io, mai amato, poi che la donna solo allora in me si destava, la donna bramosa di un ignoto delirio che la ponesse, conscia del proprio valore, in balìa d’un forte....
Che potevo dirgli? Lo lasciai partire. L’altro mi seppe sola, audacemente e semplicemente mi pregò con un biglietto d’attenderlo per la sera dopo: avremmo parlato; io sapevo che avrei ricevuto un gentiluomo.