Da un’altra sponda.... Come nel punto di darmi la morte, io considerai il mondo e me stessa con occhi affatto nuovi, rinascendo. Dapprima rivissi l’infanzia; fui come una bimba per alcune settimane. Assaporavo puerilmente la dolcezza di essere, avevo un sorriso commosso per il sole, per le cime degli alberi che vedevo dalla mia poltrona, per la bellezza di mio figlio, per ogni oggetto che splendesse, che fiorisse, che richiamasse i sensi, attenti all’opera della vita. E lo spirito era inerte. Sapevo d’aver tentato di morire, sapevo che tutto si cambiava attorno a me, e ch’io avrei dovuto camminare ancora; vedevo ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo nè timori, nè speranze, nè ripulsioni, nè dubbî: al più una vaga fiducia, come un abbandono timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero rumore l’intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose. Tuttavia la scossa fisica non era stata grave; non ero stata costretta al letto che per pochi giorni. Tutti, anche mio padre, ignoravano l’accaduto. L’esistenza esteriore continuava il suo giro normale; io m’applicavo finanche a qualche lavoro casalingo, non lasciavo mancare nessuna cura al bambino, giungevo talora a notare nello specchio l’espressione di convalescente che dava al mio viso affinato una grazia nuova.
Non ricordo distintamente ciò ch’era passato fra me e mio marito nei primissimi giorni. Dinanzi alla mia tranquilla esecuzione di morte egli doveva aver sentito uno straordinario sconvolgimento nel cuore e nel cervello, e n’era rimasto annichilito. Rimorso? Paura? Umiliazione? Gelosia? Tutto si confondeva per lui in un’unica impressione di dolore: dolore vero, sofferenza fisica in gran parte, che lo trascinava dall’estremo abbattimento all’estrema esaltazione.
Il dottore gli aveva forse fatto balenar dinanzi il pericolo ch’io impazzissi. Doveva essere tratto, dalla visione dello sfacelo che io avrei lasciato nella sua casa partendo, a riconoscere ch’io avevo tenuto in essa, fino allora, il posto principale, che ne ero stata l’anima, che vi avevo silenziosamente segnata una traccia indelebile. E mi pareva che il lavorìo di riflessione s’iniziasse in lui.... Pensava egli al poco o nulla che aveva portato nella nostra unione, alle speranze ch’io avevo veduto cadere in quattro anni, alle esigenze del mio essere ancora in isviluppo, all’insipienza con cui aveva negletto ogni mio sintomo di malessere? Percepiva forse la mia superiorità proprio mentre sentiva l’ira contro quello ch’egli si raffigurava fosse il mio delitto? Il suo amor proprio spasimava ancora, e frattanto egli non poteva sottrarsi ad un fascino strano, indefinibile, che gli veniva dalla mia personalità nuova, tragica e risoluta. Il mio corpo, lo sentivo rabbrividendo, acquistava su lui un’attrazione più acuta, dolorosa. Il ricordo della mia invincibile ripugnanza per gli atti dell’amore non gli richiamava forse alla coscienza lo scempio commesso su me fanciulla, ma certo doveva suscitargli confusi rimproveri per non aver avuto un delicato rispetto verso il mio organismo immaturo, per non aver saputo amorosamente destare in me la donna, avvolgere di purità l’invito alla sana gioia.
Ed era solo, dinanzi al suo turbamento; sentiva che nessun altro ne sospettava la profondità e l’estensione, che sua madre lo compiangeva per una sofferenza assai più semplice, che il dottore lo giudicava con una indulgenza non scevra di sprezzo. E in certi momenti rompeva in singhiozzi, confessandosi miserabile.
Non mi aveva più battuta. S’era inginocchiato davanti a me, chiedendomi perdono di non essere stato generoso, di avermi spinta al passo disperato. «Vivi! Per nostro figlio!» La supplica assumeva su quelle labbra così restìe alla dolcezza un accento straziante. E io univo le mie lagrime alle sue, come il bimbo piange di fronte all’altrui pianto. Nella mia sensibilità d’inferma ero tratta a considerarlo un povero compagno di sventura, come me trastullo e vittima di cieche vicende; mi dicevo vagamente che l’uno aveva bisogno dell’altra, che l’una doveva appoggiarsi all’altro per rifare un’esistenza comune solo pel bene del figlio.
Poi una cosa strana avvenne. Mio marito un mattino ricominciò ad interrogarmi sul fatto che era stato causa ad entrambi di tante torture. Ripetendo pazientemente il racconto, coi più minuti particolari, espostogli già tante volte, vidi ch’egli riusciva a serbarsi calmo, a riflettere, lasciando dietro le mie risposte lunghi silenzi. Alfine un gran respiro gli sollevò il petto: un misto di gioia e di orgoglio, malamente contenuto, gli trasparì dagli occhi. Dunque in tutte le inquisizioni colle quali mi aveva straziata, non aveva mai compreso, forse non era mai riuscito ad ascoltare sino alla fine, a frenare l’irruzione d’una gelosia bestiale.... E ora per lui tutto l’accaduto si riduceva ad un episodio insignificante, trascurabile. Capii ch’ei si erigeva di fronte a quell’altro, godendo del suo scorno; che mi era grato, che infine ricominciava in lui la fiducia, la certezza ch’io gli fossi legata, che io l’amassi, che mi sentissi cosa sua!
Giugno trionfava sui campi dorati. Il mare doveva essere tutto uno scintillìo, un sogno abbacinante; io non lo vedevo perchè non uscivo mai di casa, salvo qualche volta la sera: pochi passi con mio marito lungo la deserta via ferrata. Nonostante tutto, la gelosia di lui non era scomparsa; al mattino, in grazia della presenza della donna, potevo muovermi per la casa, ma non entrare nelle stanze che davano su strada. Dopo colazione, per tema ch’io ricevessi qualcuno, venivo chiusa a chiave fino al suo ritorno alle sei, sola col piccino nell’ambiente caldo ed ingombro della camera da letto prospiciente sul giardino abbandonato.
Il bimbo dormiva per due o tre ore. Io ricamavo accanto alla finestra socchiusa, divertendomi talora ad osservare il giuoco delle mani in un raggio luminoso, magre, traenti con lentezza la gugliata di colore. Quella reclusione non mi offendeva: provavo una specie di voluttà in quell’annientamento d’ogni mio senso ribelle, in quella schiavitù da orientale. Era, in fondo, ancora il riposo, la riparazione delle forze. Pensavo al mio carceriere con una pietà sempre più larga, con una rassegnazione quasi serena. Amore? L’avevo lasciato sperare a lui, che s’era tosto convinto. Fra le sue braccia io m’ero bensì sentita irrigidire; ma ciò non mi spingeva che a compensare altrimenti colui al quale non potevo dar intera la mia persona. Certo, io non ero nata per le gioie, ma per le sofferenze dell’amore....
Egli si mostrava soddisfatto della mia docilità tranquilla. Non richiamava più il passato, se non per chiedermi che cosa m’era mancato, per rimproverarsene apertamente. Mi era penoso rispondergli, volevo risparmiarlo; pure, lo sfogo certe volte avveniva irresistibile. Questo serviva più di esame a me stessa che a lui. Erano confidenze d’uno spirito che, tentennando, s’apriva la via, che lentamente riacquistava il suo vigore e la sua indipendenza. Penose, povere, frammentarie reminiscenze d’un tempo già avvolto nella nebbia, d’una vita trascorsa, veramente chiusa. Parlando, sentivo a mano a mano il mio volto perdere l’espressione di umile dolcezza, comporsi in fredda maschera dagli aridi occhi fissi in un punto indistinto che era forse il passato, forse il futuro. E dovevo fare uno sforzo per togliermi da quel momentaneo e a me stessa ignoto rifugio, per ricondurre a più lievi pensieri l’uomo che sorprendevo assorto, dal canto suo, in visioni che gli mettevano una ruga sulla fronte, la ruga dolorosa e puerile di chi cerca comprendere qualche grande fenomeno e non riesce che a percepire la propria impotenza diffidente.