Nostro figlio ci scioglieva i cuori, ci faceva credere nelle nostre vicendevoli promesse di pace. Era ben lui, era ben la sensazione di possederlo ancora, di averlo lì piccolo e sorridente; era il ricordo incessante, per quanto non espresso mai, di quell’addio notturno in cui m’ero rappresentata la creatura del mio sangue sola pel mondo, ignara del mistero materno; era il pensiero ugualmente perenne della vigilanza appassionata che per l’innanzi non gli avrei mai tolta, era ben tutto ciò che fin dai primi giorni mi aveva resa soave la rinnovata esistenza. Per lui, per lui, per lui.... Vivere tanto da rifarmi un’anima splendente, da poter essere madre nel più grande significato della parola: era un sogno? Io mi curvavo sul piccolo letto, contemplavo il volto addormentato di mio figlio, adorabile nelle linee pure e già decise, e una calma fiducia entrava nella mia anima. A lui non potevo chieder perdono che mentalmente; non mi sentivo umiliata in quell’atto; forse era la coscienza di non avergli mai diminuito il mio amore, di averlo avuto sempre in cima a’ miei pensieri, anche nelle ore di follia, che mi faceva sentir sempre degna della sua inconsapevole benedizione? Forse era soltanto la legge del sangue: quelle membra che erano uscite di me, io le pensava istintivamente animate dall’identico mio soffio, allora e sempre; quella creatura mia doveva nella vita riflettere le mie azioni, lottare con me per l’elevazione.
Per la prima volta percepivo intera l’influenza benefica della vicinanza di mio figlio; il mio affetto per lui si era approfondito e insieme semplificato, perdendo quel che poteva avere di fanciullesco e di morboso. E il suo nome costituiva l’amuleto del presente, il simbolo del futuro; circoscriveva nelle sue brevi sillabe l’orizzonte nuovo.
Frattanto la vita materiale della casa procedeva impacciata, grigia. Le mie sorelle, ignare di tutto, erano andate a passar qualche settimana dagli zii di Torino, ed io restavo confinata, col pretesto di sfuggire la noia degli sguardi maligni o curiosi. La suocera e la cognata, per fortuna, stavano lontane. Veniva il dottore, talvolta, al mattino, per pochi minuti. Era meno loquace di un tempo. Si preoccupava della mia salute. Se accennavo con un abbozzo di sorriso alla clausura perdurante, egli crollava il capo, mentre un’ombra gli passava rapida sui volto; poi, con uno sforzo che non mi sfuggiva, volgeva la cosa allo scherzo, mi incitava solo a non lasciarmi abbattere, ad esigere qualche viaggio, in attesa di giorni più sereni. Giocava col bimbo, compiacendosi di trovarlo sanissimo e vivace nonostante la mancanza di grande aria e di moto; e ad ogni visita le sue maniere verso di me divenivano più affettuose e insieme più riserbate, come se un senso maggiore di rispetto s’infiltrasse in lui, lo stupisse e gli riscaldasse l’anima. Glie n’ero grata; la sua presenza mi portava una nota sommessa del vasto mondo che pensavo morto per me, mi faceva mio malgrado sentire ch’io aderivo ancora a quel mondo, in cui pure avevo tanto dolorato.
Da lui seppi che le conseguenze della mia avventura non erano finite. In verità, pochi in paese avevano creduto all’accusa; la maggioranza aveva dovuto pensare che trattavasi di una velleità troncata fin dall’inizio; ma della cosa s’era impadronito il partito avversario. Il mio onore era in sua balìa: bisognava perciò rivendicarlo.
Ciò toccava, secondo le convenzioni, a mio marito. Ma quell’altro aveva preso l’attitudine dell’uomo chiamato direttamente in causa, e faceva di tutto per venir provocato, a fine di mostrare la sua superiorità di spadaccino, e, senza dubbio, per far credere ch’egli aveva delle ragioni personali per difendere il mio onore....
Mostruose falsificazioni di ogni senso morale, che non mi avrebbero colpita profondamente, tanto conoscevo la corruzione e l’ipocrisia dell’ambiente; se non mi avessero rivelato una nuova piega del carattere di mio marito. Mi accorsi ch’egli credeva alla necessità di un duello, non per difendere me, ma se stesso; solo il suo amor proprio soffriva. E intanto aveva paura!
Il dottore si adoperò in ogni modo per accomodar la faccenda. Dopo varie trattative, l’avvocato finì per rilasciare ai padrini di mio marito una dichiarazione ampollosa e ritorta, in cui io ero qualificata «rispettabilissima». Mio marito si dichiarò soddisfatto, e soddisfatti apparvero l’uno e l’altro partito che avevan trattata la mia riputazione come un affare pubblico.
Non volli convenire con me stessa; ma l’esaltamento di sacrificio era ormai del tutto caduto; finita la voluttà di piegare, finito il silenzio della coscienza insoddisfatta.
Tutte le umiliazioni inflittemi, tutte le bassezze strisciatemi accanto, e i compromessi e le menzogne, le avidità della carne e le viltà dello spirito, episodî ironici ed episodî mostruosi, tornarono a galla nella memoria atterrita, invano implorante pace, oblio.... E fu l’ora suprema della lunga giornata d’orrore: il meriggio risplendente sul campo devastato. Nulla più mi veniva nascosto da veli fallaci. Umiliandomi, io non potevo neppure avere il conforto di scusare chi mi opprimeva. Nulla stava sopra di me, condannata a camminare curva. E mio figlio, mio figlio era un’altra vittima fra due condannati avvinti. Chi lo avrebbe salvato, condotto lontano, dove alcuno gli trasmettesse la virtù umana?