La maggiore delle due fanciulle era da qualche mese amata da un giovane ingegnere di un paesello vicino, un’intelligenza fervida in un temperamento ineguale, nato per la lotta, pieno il capo d’ideali nuovi. Io avevo indotto mia sorella—diciassettenne—a interrogarsi profondamente innanzi di togliere ogni speranza al giovine. Ora, dopo un lungo periodo d’incertezza, la fanciulla aveva dichiarato a nostro padre di ricambiare quell’amore e di attendere che il fidanzato potesse consolidare la sua carriera per sposarlo; e poichè il babbo in vista della dilazione, non aveva messo ostacoli, mostrandosi solo poco contento, i due si scrivevano, si vedevano a passeggio, si studiavano, e la passione dell’uno diveniva affetto protettore, la simpatia dell’altra devozione riconoscente; cementavasi un sentimento comune di stima per cui l’avvenire si delineava sempre più saldo ai lor occhi fiduciosi. Così, nella casa rimasta a lungo senza luce, s’insinuava per virtù d’amore un soffio di vita nuova, più seria e più alta, penetrava una influenza estranea che sarebbe in breve divenuta imperiosa e benefica. Allietandomene, io favorivo quell’amore la cui fiamma pareva quella d’un mio sogno appena abbozzato e non avverato.

Verso la fine dell’estate mio marito risolse di fare un viaggio, per riposarsi e per distrarsi, riparare le mie forze nervose esauste e rinvigorire la salute del bimbo. La settimana che passammo a Venezia fu triste, malgrado l’incantesimo della città, malgrado il languore dolcissimo ch’essa infiltra nelle vene dei più disperati. Il bimbo non ci permetteva visite accurate a musei e chiese: d’altronde mio marito, nell’assenza di gusto innato e nell’ignoranza assoluta di cose d’arte, non era un compagno dilettevole, sciupandomi spesso anche le più spontanee sensazioni. Partendo, ci sentimmo come sollevati, ma nell’angolo remoto del Tirolo dove avevamo scelto d’accamparci la tristezza non scomparve.

Il sito era meraviglioso, una stretta valle rumoreggiante di cascate, verde d’abeti e di pini, incorniciata di gigantesche cime candide. La mia infanzia, la mia infanzia che tornava coi paesaggi severi, coi profumi selvaggi cogli ampi suoni semplici! Da quanto tempo sepolta nella memoria? Oh, per esser sola col mio figliuolo fra quei boschi, educarlo alla scuola della natura, fare che nel lontano avvenire l’onda dei ricordi infantili non giungesse mai a lui così straziante come a me in quel punto, che tutta la sua vita si svolgesse armoniosa, quale di ospite nobile in nobili terre!

Così contento era il piccino esercitando bravamente le sue gambette su pei viottoli erbosi, salutando le mandre dalle campanelle argentine! Nell’alberghetto ove si alloggiava egli era il sorriso, il flore squisito che tutti volevano aspirare con un bacio, e che giungeva da lontano, da una parte d’Italia che non sapevan bene dove collocare nella carta geografica, quei fratelli nostalgici, pensosi e un poco taciturni....

Anche mio marito, nuovo affatto alla montagna, era contento, prodigo di esclamazioni enfatiche e di osservazioni ingenue, sicuro come sempre del suo giudizio, superbo di spender i propri risparmi in maniera raffinata, desideroso della mia riconoscenza espressa. E quando mi sorprendeva melanconica s’indignava come d’una frode. Che donna ero? Nulla mi soddisfaceva!

Pentito, mi istigava poi a far qualche progetto pel nostro ritorno a casa, a tentare di nuovo la distrazione dello scrivere.... Perchè non cominciavo ad ispirarmi a quel luogo magnifico?

Lo ascoltavo stancamente, come si ascolta un passante che parla della nostra salute e ci dà consigli senza saper nulla di noi. Io stessa non sapevo che cosa m’era necessario, in quel punto. Sentivo solo giganteggiare la mia solitudine, il mio isolamento morale; mentre ponevo un certo impegno nel partecipare a mio marito le impressioni che ricevevo, ad essere per lui come un libro aperto, comprendevo bene che il substrato della mia vita restava inviolabile, che, anche volendo, non avrei potuto farmi aiutare nell’opera di scandaglio che continuava in me. E qualcosa come un tremito interiore mi possedeva incessantemente.... In qual modo ricordare simili periodi? Talvolta, al mattino, abbiamo la sensazione nitida d’aver passato una notte densa di sogni e di fantasmi grandiosi, e d’aver vissuto in fuggevoli istanti di dormiveglia una vita profonda; ma non riusciamo a ricostruire le visioni nè a rifare i pensieri notturni; e ci accorgiamo poi che ogni nostra nuova azione veramente essenziale non stupisce noi stessi, perchè la nostra intima sostanza ne aveva avuto l’avviso.

L’ultimo pomeriggio passato in montagna mi è rimasto impresso nella memoria visiva in maniera singolare per me che ritengo quasi esclusivamente i caratteri morali, direi, dei luoghi che percorro; che ad ogni luogo, cioè, do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli diede nell’attimo in cui l’accolse in sè, lo sentì cornice ai propri sentimenti. Mi rivedo per l’ampia strada da cui dovevamo, il mattino dopo, discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso il Benaco. L’atmosfera era grigia ed umida. Tuttavia ogni cosa ed ogni suono avevano una nitidezza straordinaria; tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso. Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea, che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori che la Terra proteggeva con austero amore? Per la prima volta forse in vita mia abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale. Il tempo e lo spazio mi pareva diventassero fluidi, che mi trasportassero sulla loro corrente: ero l’Umanità in viaggio, l’Umanità senza mèta e pur accesa d’ideale: l’Umanità schiava di leggi certe, e pure spinta da una ribelle volontà a spezzarle, a rifarsi una esistenza superiore a quelle....

Quel dì appunto avevo terminato di rileggere il libro che m’avevo tanto afferrata settimane innanzi, e che m’era stato compagno discreto e costante, per tutto il soggiorno in montagna. Fondevo le due emozioni successive, quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente intorno a quella lettura, con quella ond’era autrice la Natura che mi circondava e che stavo per lasciare. Ne emanava un fervore occulto che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati: coloro che adoravano la Vita fuor di sè stessi. Io scomparivo, con la mia miseria; davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di quell’umano sforzo ergentesi nella vastità del mondo.

Spettacolo che l’anima gelosamente accoglieva e serbava. Non era la gran rivelazione: era il lavorìo sotterraneo dei germi che già sentono il calore del sole vicino e ne temono e ne desiderano il pieno splendore.