Al ritorno il dottore m’apprese che la moglie di quell’uomo era morta e ch’egli abbandonando il figliuoletto ai suoceri, era partito per l’America, da quel cercator di ventura ch’era in essenza; privo d’ogni progetto ma ben risoluto a non tornare. Fu l’ultima volta che intesi parlar di colui. Piansi, dopo che il dottore m’ebbe lasciata. Ero libera, la vita si sarebbe ornai resa più facile, più attiva, pel bene di mio figlio; restituendo il senso della sicurezza all’uomo che mi possedeva, riprendevo tutti i miei diritti; non avendo più dinanzi alcuna immagine del passato, io stessa sarei divenuta serena, via via, avrei potuto riprender fiducia nelle mie forze.... Perchè quelle lagrime? Pareva che mi si lacerasse qualche lembo di carne sana accanto alla piaga da cui mi si liberava: non era morta in me, dunque, la fede nell’amore, nell’esistenza d’un amore possente e fulgido, poi che piangevo dando l’estremo addio al fantasma che m’aveva illusa un attimo? Se ne andava, colui col quale avevo scambiato promesse di felicità; spariva, in un vortice, per sempre. Sapeva che il suo ricordo non poteva abbandonarmi poichè il suo rapido passaggio aveva segnato la mia trasformazione? No certo: e il mio nome pronunciato un giorno dinanzi a lui, dopo anni e anni, non gli avrebbe risvegliato che un senso di dispetto.
L’amaro non mi tornava alle labbra, ma il cuore si abbandonava di nuovo ad una tristezza mortale, alla compiacenza morbosa del buio desolato, nel vuoto. Per giorni, per settimane. Mio marito, sempre più calmo, più deciso a star in pace, si preoccupava però dell’invincibile mio male che mi curvava a terra, insisteva perchè mi dessi allo studio, perchè scrivessi, magari le mie memorie, la storia del mio errore. Sì, egli era calmo, si ammirava; la sua bontà gli appariva meritevole d’esser celebrata in un poema. Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte. Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno dopo, mentre il bimbo era dalle mie sorelle nel tepido pomeriggio autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina del quaderno. Oh, dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria; dirlo a me stessa anzi, solo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancor oscuro del mio destino!
E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani fermenti nel mio intelletto, come un presagio di una lontana fioritura. Non mai, in verità, avevo sentito di possedere una forza d’espressione così risoluta e una così acuta facoltà d’analisi. Che cosa dovevo attendermi? Dovevo chiamare a raccolta tutte le mie energie, avviarmi alla conquista della mia pace concorrendo all’opera di umanità che sola nobilita l’esistenza? O mai più, mai più un sorriso felice m’avrebbe resa bella dinanzi a mio figlio?
La penna si fermò, io corsi in camera, mi gettai in ginocchio al punto stesso ove, in una notte omai lontana, avevo susurrato ad una piccola creatura dormiente il mio proposito di morte. Come fu che mi salì alle labbra il nome di mia madre con un singhiozzo? Come fu che un bisogno m’invase, lancinante, di pregare, d’invocare la Potenza occulta a cui doveva aver ricorso tante volte il cuore di mia madre quand’era gonfio di pena? Non so. Fu l’unica volta in vita mia ch’io aspirai alla Fede in una Volontà divina, ch’io l’attesi a mani giunte. E in quell’appello era tutta la disperazione d’uno spirito che si sente debole, esausto, nel momento stesso in cui ha intravveduto una lunga via da percorrere.... Mi umiliavo, irresistibilmente ma consciamente: era timore di una nuova, diversa e più crudele illusione del mio cuore infiammato di ideale? Forse. Chiedendo l’intercessione della mamma, della mia mamma demente, pareva volessi rinnegare l’orgoglio del mio passato oltre a quello dell’avvenire; rammentavo a me stessa la fatale sconfitta di Lei, e l’inanità d’ogni ribellione in creature segnate come Lei dalla sventura. Ella aveva desiderato che almeno i suoi figli fossero salvi: a mia volta che cosa avrei chiesto a un Dio che mi fosse apparso davanti? Di allontanare dal capo del mio bambino il dolore, di fare ch’io potessi guidarlo per strade luminose... E se neppur io ero ascoltata? Se la catena doveva svolgersi così, in eterno?
Fui sorpresa genuflessa da mio marito, che veniva qualche volta nella giornata ad accertarsi che io non abusavo di quel po’ di libertà. Mi alzai di scatto, con un senso d’onta: ero per lui uno spettacolo di debolezza! E compresi d’aver soggiaciuto semplicemente ad una crisi nervosa, da quella povera malata ch’ero ancora.
Egli mi chiedeva ansioso che cosa avessi: lo rassicurai con un gesto, mentre le lagrime tornavano a sgorgare copiose, liberatrici. Benedette, benedette! Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.
XII.
Seguì un intenso, strano periodo, durante il quale non vissi che di letture, di meditazioni e dell’amore di mio figlio. Ogni altra cosa m’era divenuta dei tutto indifferente. Avevo solo la sensazione del riposo che mi procurava quella esistenza così raccolta, uniforme, senza sotterfugi nè paure.
Un silenzioso istinto mi faceva porre da parte i problemi sentimentali, mi teneva lontana anche dalle letture romantiche delle quali m’ero tanto compiaciuta nell’adolescenza. La questione sociale invece non aveva nulla di pericoloso per la mia fantasia. Io ero passata nella vita portando meco un’inconcepibile confusione di principii umanitari, senza aver mai il desiderio di dar loro una qualsiasi giustificazione. Da bambina avevo nutrito in segreto l’amore dei miseri, pur ascoltando le teorie autocratiche di mio padre. I miei componimenti contenevano in proposito degli squarci retorici che mi sorprendevano e mi lusingavano, e facevano sorridere bonariamente il babbo. Nella mia educazione era stato uno strano miscuglio. Non s’era coltivato in me il senso dell’armonia. Nessuna pagina immortale era stata posta sotto ai miei occhi durante la mia fanciullezza. Il passato non esisteva quasi per me, non andava oltre i miei nonni, cui sentivo accennar qualche volta; e la storia che m’insegnavano a scuola mi appariva non come la mia stessa esistenza prolungata all’indietro indefinitamente, ma figurava davanti alla mia fantasia come un arazzo, come una fantasmagoria. Io non poteva quindi, in quel tempo, che riportarmi alla realtà immediata, e tutto m’era divenuto oggetto d’esame. M’ero condotta a considerar di mia iniziativa l’essere umano con un’intensità eccezionale, formandomi con inconsapevoli sforzi un culto dell’umanità non del tutto teorico. Se le condizioni di famiglia non m’inducevano ad approfondire il fenomeno delle disuguaglianze sociali, ciò che notavo incidentalmente a scuola e per via mi metteva nell’animo una volontà confusa di azione riparatrice.