Partita dalla città, piombata in paese incolto, avevo ben presto, sotto l’esclusiva influenza di mio padre, smarrito quel senso di larga fraternità che nei grandi centri è imperioso ed attivo, avevo concepito il mondo come un gruppo d’intelligenze servito da una moltitudine fatalmente ignara e pressochè insensibile. Ma anche questa credenza non aveva tardato a sconvolgersi, per cagione prima, credo, d’un piccolo episodio avvenuto verso i miei quattordici anni. Era a colazione da noi il padrone della fabbrica, un blasonato milionario. Questi aveva sfogliata una rivista alla quale mio padre era abbonato. La trovava bella, ma «troppo cara». Ciò aveva ai miei occhi innalzato la mia famiglia di fronte al riccone che possedeva due pariglie e non aveva una rivista... M’ero troppo incoraggiata a chiacchierare, perchè parlando del mio ufficio, avevo detto «la nostra fabbrica». E correggendomi la mamma, il conte aveva soggiunto:
—Lasci! È come il mio cocchiere che dice «i miei cavalli».
La stizza che mi aveva invasa subitamente, aveva anche scossa la mia concezione della società.
Più tardi il matrimonio aveva prodotto una specie di sosta nel mio sviluppo spirituale.
Ed ecco che infine penetrava in me il senso di un’esistenza più ampia, il mio problema interiore diveniva meno oscuro, s’illuminava del riflesso di altri problemi più vasti, mentre mi giungeva l’eco dei palpiti e delle aspirazioni degli altri uomini. Mercè i libri io non ero più sola, ero un essere che intendeva ed assentiva e collaborava ad uno sforzo collettivo. Sentivo che questa umanità soffriva per la propria ignoranza e la propria inquietudine: e che gli eletti erano chiamati a soffrire più degli altri per spingere più innanzi la conquista.
Un giorno della mia infanzia mio padre mi aveva parlato di Cristo. Mi aveva detto ch’era stato il migliore degli uomini, il maestro della sincerità e dell’amore, il martire della propria coscienza. Io avevo chiuso in petto quel nome, ne avevo fatto l’occulto simbolo della perfezione, senza adorarlo tuttavia, felice semplicemente di sapere che un sommo aveva esistito, che l’essere umano poteva, volendo, salire fino a rappresentare l’ideale della divinità, l’aspirazione all’eterno. Come mi era parsa puerile la mitologia cristiana! Cristo non era nulla, se Dio; ma se egli era uomo, diveniva il flore dell’Umanità, non un dio diminuito, ma l’uomo nella sua maggior potenza. E sempre Gesù, il Gesù di Genezareth sorridente ai bimbi, il Gesù indulgente verso la pentita, incapace di rancore, sereno nell’ammonimento come nella profezia, aveva brillato davanti alla mia anima, figura ideale che mi pareva di veder offuscarsi di tristezza ogni volta ch’io mi allontanavo dalla bontà e dalla verità.
Dopo mesi, forse dopo anni di smarrimento, io rivedevo il sorriso di Cristo su la mia strada, e mi rivolgevo a lui come a una fonte d’ispirazione. Per alcun tempo vagheggiai una dottrina che unisse la soavità dei precetti del Galileo, sorti dal grembo della natura, alla potenza delle teorie moderne emanate dalla scienza e dall’esperienza, la libertà con la volontà, l’amore con la giustizia. Era come un’orientazione, come l’affermazione di una armonia.
Attorno a me, frattanto, molte cose prendevano un significato, attiravano la mia attenzione. Mi accorgevo con lento stupore di non essermi mai prima chiesta se io avessi qualche responsabilità di quanto mi urtava o mi impietosiva nel mondo circostante. Avevo mai considerato seriamente la condizione di quelle centinaia di operai a cui mio padre dava lavoro, di quelle migliaia di pescatori che vivevano ammucchiati a pochi passi da casa mia, di quei singoli rappresentanti della borghesia, del clero, dell’insegnamento, del governo, della nobiltà, che conoscevo da presso? Tutta questa massa umana non aveva mai attratto altro che la mia curiosità superficiale; senza esser superba nè servile, io ero passata fra i due estremi poli dell’organizzazione sociale sentendomene isolata. Non avevo mai accolta l’idea d’essere una spostata, a cui l’osservazione del mondo si presentava in circostanze eccezionalmente favorevoli. Il mio allontanamento dai volumi di scienza era una colpa assai meno grave di quella che consisteva nell’aver trascurato di gettar gli occhi sul grande libro della vita.
Ed ora? Non potevo andare fra il popolo, nè rientrare in quell’ambiente il cui contatto mi era stato fatale; la mia reclusione, per forza d’abitudine, era diventata ormai così spontanea, che non si sarebbe potuta rompere senza sommuovere nuovamente l’esistenza della nostra casa. Dovevo limitarmi a raccogliere l’eco che saliva dalla strada alle mie stanzette.
Il giovane che mia sorella amava s’era in quell’inverno impegnato in una lotta che gli aveva alienato del tutto l’animo di mio padre: organizzava gli operai della fabbrica, li univa per la resistenza; il socialismo penetrava mercè sua nel paese. Mio padre proibì alle due ragazze di riceverlo più oltre in casa. La fidanzata era smarrita. Malgrado la contrarietà di mio marito invitai il giovine ingegnere in casa mia. Come luccicavano gli occhi della fanciulla la prima volta che le feci trovar da me, senza preavviso, l’amato! Per lei, per l’altra bimba, per mio fratello già sedicenne, non poteva far altro, purtroppo, che assicurare quell’appoggio. Compievo su me uno sforzo riparatore troppo grande perchè mi avanzasse l’energia di dedicarmi efficacemente a quei poveri abbandonati del mio sangue.