Ore solenni della mia vita, che il ricordo non potrà mai fissare distintamente e che pur rimangono immortali dinanzi allo spirito! Ore rivelatici d’un destino umano più alto, lontano nei tempi, raggiungibile attraverso gli sforzi di piccoli esseri incompleti, ma nobili quanto i futuri signori della vita!

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XIII.

Un fatto di cronaca avvenuto nel capoluogo della provincia, m’indusse irresistibilmente a scrivere un articoletto e a mandarlo ad un giornale dì Roma, che lo pubblicò. Era in quello scritto la parola femminismo. E quando la vidi così, stampata, la parola dall’aspro suono mi parve d’un tratto acquistare intera la sua significazione, designarmi veramente un ideale nuovo.

Intanto il mio scartafaccio cresceva di mole. Tentativi disparati vi si succedevano. Accanto ad impressioni visive, alla pittura rapida di qualche tipo, si svolgeva in cento frammenti il filo delle mie considerazioni sulla vita, tendenti ad orientarsi in una connessione, in un organismo. Un occulto ardore correva per quei fogli, che io cominciavo ad amare come qualcosa migliore di me, quasi mi rendessero la mia imagine già purificata e mi convincessero ch’io poteva vivere intensamente ed utilmente. Vivere! Ormai lo volevo, non più solo per mio figlio, ma per me, per tutti.

Mi stimavo fortunata nella mia solitudine. L’aspro calvario era ben sempre sotto a’ miei occhi; guardandolo restavo affascinata dal pensiero delle innumeri creature che ne salivano uno uguale senza trovare alla vetta neppure una croce su cui attendere una giustizia postuma. Donne e uomini; agglomerati e pur così privo ognuno di aiuto! Quella l’umanità? E chi ardiva definirla in una formula? In realtà la donna, fino al presente schiava, era completamente ignorata, e tutte le presuntuose psicologie dei romanzieri e dei moralisti mostravano così bene l’inconsistenza degli elementi che servivano per le loro arbitrarie costruzioni! E l’uomo, l’uomo pure ignorava sè stesso: senza il suo complemento, solo nella vita ad evolvere, a godere, a combattere, avendo stupidamente rinnegato il sorriso spontaneo e cosciente che poteva dargli il senso profondo di tutta la bellezza dell’universo, egli restava debole o feroce, imperfetto sempre. L’una e l’altra erano, in diversa misura, da compiangere.

Nessun libro aveva la virtù di sconvolgere le mie recenti convinzioni; e nessuno, di quelli che lessi in quel tempo, mi produsse grande impressione. M’accorsi che il mio senso critico, dopo la lunga paralisi, s’era come allargato ed intensificato; e insieme scopersi nel mio spirito una sorta di nostalgia accorata per tutto ciò che la mia educazione irrimediabilmente aveva trascurato in me. La poesia, la musica, le arti del colore e della forma, rimanevano per me cose quasi ignote, mentre l’intero mio essere aspirava all’estasi ch’esse suscitano; il pensiero di cui vivevo, avrebbe voluto talvolta farsi alato, confondersi coi raggi e coi suoni. Scrivendo, la mia impotenza a tradurre liricamente l’oscuro mondo interiore mi dava spesso una sofferenza acuta; ogni cosa, che non giungevo ad esprimere, ricadeva per sempre nel baratro ignoto onde era sòrta per un istante.

Nella casa tranquilla una vecchia donna entrata stabilmente al nostro servizio, adempieva le funzioni domestiche che prima erano state quasi del tutto a mio carico. Alta e curva, il viso ossuto stranamente brutto ed espressivo, ella mi aveva destato ripugnanza al primo momento e mi aveva conquistata di poi subito colla sua intelligenza ed il suo tatto. La sua storia non era diversa da quella di molte donne del popolo, prima esauste dalla maternità, poi abbandonate dal marito emigrato, e infine sfruttate dalle loro medesime creature. Ella la raccontava timidamente, rivelando una stoica simpatia per la vita. La mia attenzione l’aveva lusingata: sin dai primi giorni la mia figura fanciullesca, colla lunga treccia ed il viso roseo così simile a quello del mio bimbo, era stata per lei oggetto di sorpresa; poi, la vita solitaria ch’io conducevo e i temi di discorso con mio marito, a tavola, quand’egli era in vena di ascoltarmi, le avevano infusa una riverenza timorosa ove si mescolavano orgoglio, devozione, strane speranze per sè e per i suoi figli.

Presi a considerarla come una compagna, umile e discreta. Non ne avevo altra! Che sforzi commoventi per comprendermi quando tentavo di istruirla su qualche soggetto! Se doveva rinunciarvi, crollava le spalle curve: «Ah, signorina mia, fossi con trent’anni di meno! Chi sa che avreste fatto di me!»

Ella, con mia suocera e un’altra vecchietta che veniva qualche volta a lavorar di bianco in casa mia, mi rappresentava al più alto grado la sommissione del mio sesso, non soltanto alla miseria, ma all’egoismo dell’uomo. Teste grigie scosse perennemente di un lievissimo tremito, come dall’istintivo ricordo degli strazî sofferti, teste stanche su cui spesso lo sguardo non osava mantenersi, quante volte vi ho baciate in ispirito, non per voi, per una fugace pietà del vostro destino, ma per l’onda ardente dei propositi che, senza saperlo, gettavate entro al mio cuore!