Mia madre, dal pauroso asilo, m’incitava anch’ella. Ero persuasa che se la sventurata avesse incontrato in gioventù un motivo d’azione fuori della cerchia famigliare, ella non sarebbe stata annientata dalla sventura. Non credevo io, a ventidue anni, di poter accettare la vita senza l’amore? Non trovavo anzi una specie di sicurezza nella convinzione che mai più l’amore m’avrebbe sfiorata?

Non potevo percepire distintamente le deficienze ancor profonde della mia vita. Riuscendovi, avrei reciso tutti i miei ingenui entusiasmi. Guai se avessi analizzata la mia vita quotidiana! Ma esorbitavo talmente da quello che avrebbe dovuto essere il mio circolo, avevo talmente il senso di compiere uno sforzo eccezionale, che la contraddizione fra ciò che pensavo, e ciò che subivo, non mi pungeva nell’anima, non mi dava che un lieve affanno fisico.

A mezzo l’estate un lavoro, che mi si svolgeva in meno da qualche tempo, mi s’impose, e lo condussi a termine in pochi giorni: una piccola monografia sulle condizioni sociali della regione in cui vivevo, tessuta d’osservazioni personali, vibrante d’emozione. La mostrai al dottore, e quando me la riportò sentii ch’egli era convinto d’una mia nuova potenzialità; e compresi anche, per istinto, senza chiedermi se me ne compiacevo o rammaricavo, che in questa attività da cui ero assorbita, egli avrebbe veduto un ostacolo nuovo al sentimento che forse nutriva per me in segreto.... Elevandomi mi isolavo dunque più che mai.

Che importava? Il mio distacco dal mondo, ora, era sincero; dotata di gioventù e di bellezza, io potevo, mercè la crisi attraversata, credermi esente per sempre da ogni desiderio di sensi. I rapporti con mio marito, cui mi rassegnavo con malinconica docilità, non turbavano il lavorìo della mia coscienza. Allorchè, nelle mie letture o nelle mie fantasticherie, mi trovavo dinanzi alle figure delle antiche e moderne ascete, splendenti nel loro candore di ghiaccio, non potevo non ritenermi per un istante loro sorella.

Ricordo il mattino in cui mi giunse la rivista ov’era inserito fra scritti importanti lo studio, per cui il dottore mi aveva pazientemente aiutata in alcune rettificazioni. Il bimbo mi tolse il fascicolo subito, scoperse la mia firma—non sapeva leggere, ma distingueva la grafia de’ miei tre nomi—mi sorrise col piccolo sorriso savio e luminoso che aveva ogni qualvolta considerava nel suo cervellino la parola stampata. Era quel suo sorriso il premio, l’approvazione quotidiana del mio sforzo. Pareva dicesse: «Io sento che tu lavori anche per me, mamma, sento che tu fiorisci, ti espandi, vivi, e perciò diventi forte e buona, e mi prepari un’esistenza forte e buona....»

Quel mattino risposi al sorriso di mio figlio con uno altrettanto savio e luminoso. Era come se mi trovassi su di un’altura, col bambino per mano, e contemplassi un paese smisurato e meraviglioso innanzi di accingermi a traversarlo, sicura delle mie forze. Dietro e intorno, nulla. Nel vago e pur imperioso presentimento del futuro una pace assoluta, un riposante oblìo dominavano.

Qualche settimana dopo mio marito venne a casa tutto preoccupato. Io avevo ricevuto il dì stesso una lettera d’una scrittrice illustre che mi invitava a collaborare in un periodico femminile che stava per fondare, incaricata da una nuova Società editrice. Mi si offriva un modesto compenso. Speravo vederlo rallegrarsi. Al contrario mi intimò di tacere. Egli aveva saputo che l’ingegnere fidanzato di mia sorella, aveva subìta una perquisizione. In quel momento un’onda di reazione percorreva l’Italia. Mio marito cercò la rivista che portava il mio articolo, alcune lettere di antichi e nuovi corrispondenti che me ne complimentavano, e buttò tutto sul fuoco: vi aggiunse un mucchio di giornali e di riviste; indi si mise a frugare tra le mie carte....

Quell’ora emerge nella mia memoria fra le più amare e insieme le più profonde della mia vita: notando la meschinità della creatura a cui ero aggiogata, e vedendomi così definitivamente divisa in ispirito e sola, sentii il brivido che incutono certi spettacoli in cui il grottesco si mescola al sublime.

Passato quel panico, continuai a scrivere e a pubblicare. Cominciavo a ricevere echi delle mie idee in lettere e in articoli. Un professore italiano, riparato di recente in Svizzera, aveva iniziato meco una corrispondenza attiva. Sotto i suoi auspici una giovane dottoressa veneziana mi aveva pure scritto e un’amicizia epistolare s’era presto annodata fra i nostri due spiriti ferventi. La mia immaginazione si popolava di figure disparate, che prendevano curiose fisionomie nell’indeterminatezza dei contorni. Di taluni de’ miei corrispondenti non tentavo neppure di foggiarmi l’immagine nella mente: uno scienziato genovese, ad esempio, tutto dedito alla propaganda morale fra i marinai, era riuscito a divenirmi carissimo e oggetto di culto devoto, senza che pensassi di conoscere nulla della sua vita privata, della sua età. Di altri, di certi giovani che pubblicavano articoli o versi negli stessi periodici in cui collaboravo, vedevo invece subito i visi timidi o fatui. Le donne mi destavano maggior curiosità: le avrei desiderate tutte belle; talune mi mandarono i loro ritratti, e questi erano davvero tutti graziosi....