Sorelle?
Chi sa! Qualche rapida delusione mi pose in guardia. Via via intravvedevo lo stato delle donne intellettuali in Italia, e il posto che le idee femministe tenevano nel loro spirito. Con stupore constatavo ch’era quasi insignificante; l’esempio, in verità, veniva dall’alto, dalle due o tre scrittrici di maggior grido, apertamente ostili—oh ironia delle contraddizioni!—al movimento per l’elevazione femminile. Di ideali d’ogni specie, d’altronde, tutta l’opera letteraria muliebre del paese mi pareva deficiente: grandi frasi vuote, senza nesso e senza convinzione. E nell’azione anche, com’eran rare le donne! La maggior parte straniere.
Le giovanissime, provviste di titoli accademici, avevano quasi disdegno per la conquista dei diritti sociali. Fra queste era la mia nuova amica di Venezia, singolare ingegno critico. Fra le attempate più d’una mi lasciò indovinare d’essere stata torturata e logorata dalla vita; e apertamente mi esortavano a non gettarmi nella mischia, a temperare i miei entusiasmi, a perseguire qualche puro sogno d’arte se proprio non mi bastava l’amore del mio bimbo e del mio nido. Sincere, certo. Le loro lettere mi lasciavano perplessa.
Mio figlio, piccolo psicologo inconsapevole, afferrava sul mio volto le sfumature della tristezza e della serenità, taceva quando mi vedeva assorta, corrugava le ciglia allorchè percepiva malumore fra suo padre e me.... Io gli rappresentavo tutto ciò che di migliore egli conosceva in fatto d’umanità: ero la più savia, la più buona delle creature; perfino i miei momenti di collera, quei momenti rari che mi rimproveravo e che eran provocati dal permanente squilibrio fisico, non suscitavano il minimo moto di rancore nel piccolo spirito; egli doveva dirsi sempre che la mamma aveva ragione; e quasi sempre mi chiedeva perdono, tremando non per la punizione ricevuta ma per lo spettacolo del mio dolore.... Povero figliuolo mio, povero bimbo adorato! Per due anni la sua infanzia fu veramente radiosa: egli potè accumulare tanto vigore di vita quale di solito un fanciullo non giunge a possedere. Era una forza oscura che prevedeva il futuro e preparava in lui nei limiti del possibile il riparo?
Due anni. Come richiamare in frammenti quel periodo singolare? Io andavo, col mio bimbo per mano, lungo le deserte strade maestre, tutte uguali, fiancheggiate di biancospini, fragranti nella primavera, polverosi l’estate. Lontano emergeva una doppia catena di altezze, colline dinanzi, dietro gli Appennini. Borgate in cima a qualche poggio sì sporgevano, evocando il medio evo colle loro cinte merlate, colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo. La campagna e il mare erano talora abbaglianti, talora cinerei; in certi giorni il silenzio imperava, strano e dolce, in certi altri sembrava che ogni filo d’erba, ogni goccia d’acqua affermasse la sua vita con un susurro, e l’aria popolata di suoni diveniva come sensibile. Le linee del paesaggio m’erano famigliari da tanti anni: come nell’epoca della fanciullezza, io non analizzavo ciò che si stendeva dinanzi agli occhi, non cercavo il segreto dell’armonia che m’inteneriva o m’esaltava, che mi dava la sensazione del riposo o quello della forza, che m’identificava a sè. Mi lasciavo avvolgere dal fascino misterioso e semplice, e una riconoscenza appassionata mi fioriva nel cuore. Ecco, venivano a me le manifestazioni profonde della vita della terra, venivano finalmente integre e lucide, capaci di significare il pianto, il sorriso, l’amore, la morte. Non era troppo tardi.
Il mio passato m’appariva ornai come ordinato da un volere spietatamente saggio. Tutto non vi sembrava posto, difatti, per la preparazione dell’avvenire?
Pur non vedevo distintamente quest’avvenire. E senza direzione chiara, i miei tentativi progredivano disordinati. Che cosa desideravo diventare? Giornalista, no: cominciavo a sentir la quasi totale inutilità di quello sparpagliamento di idee incomplete. Artista? Non osavo neppure pensarci, esagerando la mia incoltura, la mia mancanza di fantasia, la mia incomprensione della bellezza....
Un libro, il libro.... Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentivo necessario, di un libro d’amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta, e per la prima volta facesse palpitare di rimorso e di desiderio l’anima dell’uomo, del triste fratello.... Un libro che recasse tradotte tutte le idee che si agitavano in me caoticamente da due anni, e portasse l’impronta della passione. Non lo avrebbe mai scritto nessuno? Nessuna donna v’era al mondo che avesse sofferto quel ch’io avevo sofferto, che avesse ricevuto dalle cose animate e inanimate gli ammonimenti ch’io avevo ricevuto, e sapesse trarre da ciò la pura essenza, il capolavoro equivalente ad una vita?