XIV.
Un pomeriggio vidi rientrare in casa inaspettatamente mio marito stravolto in viso, brutto a vedersi come diveniva ogniqualvolta gli si scatenavano nell’animo le sue passioni primitive. Era venuto a diverbio con mio padre e aveva abbandonato l’ufficio dichiarando che non vi sarebbe rientrato mai più.
Una visione remota mi si affacciò alla memoria: mio padre, il giorno in cui aveva lasciato il suo posto a Milano. Com’egli era sereno, quasi ilare di trovarsi di fronte ad un avvenire ignoto ma libero!
Dalla stessa calma, quasi da letizia, mi sentivo invasa io, adesso, mentre mio marito mal celava il suo rammarico, non di aver offeso il padre di sua moglie, l’uomo a cui doveva tutto, ma di essersi rovinata la situazione.
La cosa era irreparabile. Mio padre non avrebbe certo perdonato. L’apparente sua indifferenza verso i figli sembrava si trasformasse da qualche tempo in un rancore più e più amaro, smanioso di sfogo. Forse era per l’influenza della donna colla quale egli passava la maggior parte del tempo libero dalle occupazioni della fabbrica. Forse sospettava che noi ci ritenessimo defraudati del denaro ch’egli spendeva largamente per quella famiglia. In verità io esitavo ancora nel giudicarlo: mi dicevo ch’egli doveva soffrire dal suo canto essendosi lasciato sfuggire per sempre il cuore delle sue creature; ch’egli non era ancora abbastanza lontano dal suo passato di fervore intellettuale e di tenerezza per non averne un’istintiva nostalgia. Certe rare volte, nel suo giardino, per qualche accenno ai miei articoli, di cui sentiva parlare, si dava a discutere, andando da una pianta all’altra, e mi suscitava ad istanti il ricordo degli anni infantili, delle suggestive lezioni tra i fiori e le erbe. Mi guardava con i piccoli occhi dai bagliori metallici, e pareva domandarmi se non trovavo in lui ancora qualcosa di superiore a tutto ciò che conoscevo; e uno struggimento angoscioso, una paura indefinibile mi afferrava.... Che misterioso, imperscrutabile avvertimento la vita di quell’uomo!
Quando mio marito vide che, nè spontaneamente, nè in seguito alle sue ritrattazioni, mio padre lo richiamava, un’onda di disperazione lo avvolse. Evidentemente non aveva mai fatta l’ipotesi di un simile avvenimento.
Mi trovavo dunque ad uno svolto del cammino?
Il problema della sussistenza mi lasciava tranquilla; ero stata abituata da bimba a pensare che chi ha volontà trova sempre di che vivere e che qualunque lavoro è dignitoso. Ma l’idea di lasciare il paese stentava a penetrare in mio marito: egli era senza diplomi, quasi senza denaro, e non più giovane: malgrado l’alto concetto che sempre avea dimostrato avere di sè, tremava....
E tuttavia sentivo ch’era inevitabile la mia liberazione da quell’ambiente. Finita l’acquiescenza, per cui da qualche tempo mi rimproveravo, allo sfruttamento che mio padre esercitava sugli operai e che mio marito giustificava! Ora mi pareva di riacquistar dignità: respiravo più tranquilla sopratutto riguardo a mio figlio. Lontano! Egli avrebbe potuto dimenticare quel luogo che era stato così nefasto a sua madre, ove tanti malvagi esempî contrastavano alle mie parole!
Lasciai un giorno intravedere questo mio senso di gioia all’amico dottore. Egli mi guardò, tacque. Dinanzi a quel silenzio provai una punta al cuore.