Appariva stanco, sfibrato. In paese serpeggiava il tifo, ed egli andava, dal mattino alla sera, dall’una all’altra casetta di povera gente, con la persona un po’ curva; la voce sempre un po’ velata di tristezza doveva dare agli infermi la speranza, doveva confondersi coi suoni aleggianti intorno a chi muore o teme di morire. E veniva di rado a trovarmi.
Per alcune settimane si visse così, incerti. Cercar un impiego in qualche città pareva a mio marito umiliante. Ci rimaneva l’assegno di mio padre. Ma col congedo dalla fabbrica restava sospeso pure il lavoro mio di contabilità e il compenso mensile. Come avrei potuto d’or innanzi adoperare la mia attività per sostenere il bilancio famigliare?
Cedetti a un’ispirazione improvvisa un mattino che mio figlio, recandomi la posta, ne aveva estratto un fascicolo e me l’aveva pòrto prima degli altri, col suo fare di piccolo uomo informato riguardo alle mie predilezioni.
Era infatti una rivista milanese che amavo. Il direttore, un vecchio combattente della libertà, aveva «lanciato» generosamente più d’un giovine ingegno, e a me stessa inviava ogni tanto sollecitazioni affettuose, perchè mi affermassi con qualche lavoro più solido che non i brevi articoli ch’egli mi pubblicava con premura.
Gli scrissi esponendo le necessità sopravvenutemi.
Egli mi rispose dopo alcuni giorni che nulla avrei potuto fare a Milano, ma che aveva scritto subito a un editore di Roma, il quale aveva fondato di recente un periodico femminile. Ricevetti infatti ben presto una nuova lettera dalla romanziera che m’aveva scritto mesi avanti, in cui si diceva molto dolente ch’io non avessi ricevuto la prima, perchè m’avrebbe allora offerto un posto di redattrice ch’era ora occupato. Nondimeno ella poteva farmi assegnare un piccolo stipendio per lavori secondari, i quali richiedevano la mia presenza a Roma, ma non un orario d’ufficio. Ricevevo insieme i numeri di Mulier.
L’aspetto della rivista era simpatico, ma con un’impronta di leggerezza che mi sconfortò alquanto. Il programma aveva alcuni passi eccellenti:
«Lasciate che finalmente anche le donne dicano qualcosa di sè stesse. Gli uomini fanno dei panegirici o delle requisitorie. Gli uni, anche alti intelletti e anime profonde, hanno un astio involontario, perchè la donna, oggi poco intelligente, non li cerca e non li ammira; gli altri pretendono conoscere la donna perchè hanno fatto molte esperienze e molte vittime. Costoro non hanno avuto il tempo di conoscerne anche una sola: conoscono come si vincono i sensi di molte e come si può trarre da esse il maggior piacere. Niente altro.
«In realtà la donna è una cosa che esiste solo nella fantasia degli uomini: ci sono delle donne, ecco tutto.»