L’articolo, non firmato, era certo della romanziera illustre, che non aveva ancora creati dei tipi di donna veramente individuali, ma che forse avrebbe potuto ritrarne qualcuno dei non rari che oggi incominciano a farsi notare. Esso concludeva: «Noi non promettiamo molto più di quello che avete sempre veduto: non domandateci troppo. L’ideale della donna non lo troverete formato di tutto punto in questa rivista più che non lo troviate nella vita. Noi vogliamo soltanto aiutare a trarlo fuor dalle nuvole dell’utopia e metterlo innanzi alle donne d’oggi».
Ma veramente di questo ideale c’era poco nella rivista. Un articolo d’arte, il profilo di un’attrice, con varie pose, ritratti di duchesse scollate, resoconti d’avvenimenti sportivi, di feste benefiche, un articolo d’igiene. Una rubrica dell’estero era la sola parte del giornale in cui si discuteva di femminismo.
Parlai dell’offerta, senza entusiasmo, a mio marito. Egli sfogliò accuratamente i fascicoli, rimase a lungo dubbioso. Non temeva per il colore della rivista, che gli pareva abbastanza temperato, ma pensava che ci saremmo trovati troppo in soggezione in quell’ambiente di mondanità. Si tranquillò soltanto quando gli feci osservare che io potevo lavorare in casa, rimanere isolata. Occorreva risolvere subito. Che cosa avrebbe potuto egli fare a Roma? Finì per appigliarsi a un partito che gli pareva facilmente attuabile. Andò da alcuni proprietari del luogo ed espose il progetto di avviare il commercio dei loro prodotti a Roma e all’estero. Aderirono molti. Non occorreva un forte capitale, qualche migliaio di franchi soltanto, per cominciare. Sua madre, gemendo, glieli promise.
Proprio il giorno avanti la decisione, il dottore s’era posto a letto. Lo sapevamo estenuato dalla fatica; credemmo si trattasse di una crisi, forse benefica, e nessuno si impensierì. Soltanto, io mi dolevo che in quell’ora grave mi mancasse il suo consiglio. E pensavo che oltre alle mie sorelle egli era il solo per cui avrei sofferto nella mia partenza dal paese.
Una settimana dopo egli era morto.
Il meningo-tifo, manifestatosi improvviso e violento, aveva atterrato l’uomo gracile che pareva covare da alcun tempo la morte. Dall’oggi al domani l’intelletto s’era oscurato, e il corpo aveva lottato, solo, per alcuni giorni, contro il progressivo sfacelo.... Nessuno poteva credere alla realtà. L’agonia durò un giorno e una notte; era al capezzale la madre settantenne, accorsa quando il male s’era manifestato invincibile; una donna cui i capelli d’argento davano qualcosa d’augusto, mentre sulle labbra le errava un sorriso di bimba ingenua. Tempra eccezionale, ella aveva già composto nell’estremo sonno un figliuolo di vent’anni, soldato; assisteva costantemente il marito minacciato da paralisi cardiaca, amministrava il patrimonio complicato della famiglia dispersa; rappresentava il sacrificio attivo e semplice, incurante d’ogni critica interiore, pago d’una salda speranza ultraterrena. Io la rivedo in quell’ultima notte del mio povero amico; con una mano asciugava il sudore della bella fronte divenuta livida, coll’altra accostava ogni tratto alla bocca già irrigidita, ove appena poteva infiltrarsi qualche goccia di cordiale, l’immagine d’un santo. Così spontaneo e tranquillo quell’atto, che pareva quasi impossibile anche per noi non attendere il miracolo.
Il rantolo sinistro era incominciato quando entrò il prete per l’estrema unzione. Volevo assistervi, per deferenza verso la sventurata; ma vi rinunciai dopo i primi istanti. L’intimo mio essere si ribellava a quel rito insulso a cui lo spirito omai assente aveva ripugnato in vita. Mi ritrassi nella stanza accanto, ove si trovavano mio marito, i medici, qualche amico. Giungevano le voci sommesse delle donne, un coro indistinto che accompagnava quella monotona del sacerdote: n’avevo il senso d’un sopruso; pregai mio marito d’accompagnarmi via, a casa, lontano, poichè nulla più per me v’era, in quel luogo, della persona cara.
All’alba vennero ad annunziarci la morte. Mio marito si alzò ed uscì subito. Io avrei voluto piangere e non potevo: il mistero, quel mistero mostruoso ed augusto della fine mi soggiogava. Solo dopo un’ora, forse più, vinse l’umile istinto, pensai alla perdita ch’io faceva, e la pietà di me e di quanti non avrebbero mai più sentita la voce ferma ed affettuosa, si sciolse in lagrime desolate.
Tra le lagrime pensavo che egli m’era stato accanto dal tempo del mio matrimonio; sei anni. Ambedue così diversi dall’ambiente, così soli! Un momento la sua anima s’era tesa verso di me: l’avevo sentito. L’avrei amato? Perchè nulla ci aveva spinti l’una nelle braccia dell’altro, aveva unito le nostre due energie che forse nell’intimo non erano estranee? Forse era mancata una parola, un impulso?
Destino! Egli spariva, pensando forse di portar seco il suo segreto. Io restavo, più che mai sola, ove diretta? per quale fine superiore salvaguardato dall’odio e dall’amore?