Tornavano dunque i tempi delle buone fatiche, quando tra gli operai di mio padre lavoravo gaia e trepida? Era stato un sogno il lungo intervallo, i giorni della reclusione laggiù, in un’afosa camera, sola col mio bimbo, l’anima gonfia di tragiche fantasie?
L’autunno romano svolgeva intorno la sua magnificenza. Io proseguivo ne’ miei vagabondaggi assaporando tutto l’incanto misterioso degli spettacoli che mi si svolgevano dinanzi come altrettanti simboli. E talora mi passavano accanto rapide al par di fantasmi e mi guardavano per un attimo figure gravi e singolari, scienziati forse, forse stranieri a cui il sole d’Italia illuminava verità interiori, forse utopisti che avevano per patria l’avvenire. Ero ancora una romantica, ecco, e non me ne dolevo: c’era tanta somma di vicende nel passato di cui vedevo i vestigi, che potevo bene immaginare nel futuro le più felici possibilità umane.
Mi rivedo nello studiolo, in un pomeriggio di novembre avanzato, col sole che mi obbliga a farmi schermo della mano agli occhi. Dinanzi a me è seduto un uomo pallido, emaciato, in cui brillano due occhi neri e grandi: tutta la testa è bella, serena e tormentata insieme, e la parte inferiore esprime una volontà sicura, e l’alta fronte una sovrana pace. Egli interrompe a ogni tratto il suo dire per chinarsi verso il bambino steso sul tappeto, ai nostri piedi, e fargli scorrer sui riccioli la mano delicata, pallida. Alle spalle sento mio marito che sfoglia distrattamente un libro per darsi un contegno. Colui che parla m’è stato presentato qualche giorno innanzi dalla buona vecchia amica. Autore di alcuni opuscoli assai commentati, il suo pseudonimo suggestivo mi era già noto prima: avevo saputo che celava un alto funzionario dimessosi dal suo ufficio per poter liberamente difendere il vero; in dura povertà, egli attendeva ad un grande lavoro filosofico. Il suo sorriso di simpatia spontanea mi aveva tutta compiaciuta e m’aveva dato l’ardire d’invitarlo in casa mia malgrado la diffidenza di mio marito.
Egli mi dice tante cose, con una voce calda a cui l’accento meridionale dà una velatura di dolcezza. Dice senza enfasi, come ascoltando un dettame interno: sulla donna, sulle leggi, sul costume, esprime la mia stessa critica, con la vigorosa semplicità che a me manca; ma intorno alla scienza, intorno ai sistemi di ricostituzione sociale oggi in voga, le sue parole diventano singolari per ironia, per disprezzo; mi esorta a ritenermi fortunata per la mia mancanza di studi; demolisce, seccamente, la base delle vane ed orgogliose ricerche che l’umanità ha in corso; e, ad un tratto, alzatosi in piedi, sembra che una visione immensa si stenda dinanzi alla sua anima, per lui soltanto. E subito egli non parla già più di errori e di follìe, e neppure di sacrifizî; accarezza di nuovo il bimbo, accenna alla propria infanzia selvaggia, mi stende la mano con moto rapido, come segnando un patto. Se ne va, col suo segreto....
Mio marito tace, esce anch’egli dopo un momento; il piccino mi vede assorta, continua a guardar le immagini di un grosso libro. Penso a mio padre, ai brividi che certi suoi accenti mi davano negli anni lontani in cui assorbivo da lui la vita dello spirito. Fino a quel giorno nessuno più m’era apparso dinanzi come un’individualità libera, come un interprete della verità, come un maestro. Credevo che l’èra dei veggenti fosse chiusa: non era dunque vero?
Una vertigine mi afferra, per un attimo. Indi la calma torna. Non sono pronta ad affrontare qualunque rivelazione? E prima di riprendere il mio povero lavoro di giornalista guardo dalla terrazza il disco abbagliante del sole sopra i cipressi di Monte Mario, e le due fasce incandescenti che lo attraversano e arrossano l’orizzonte. E mi pare che quel tramonto si fisserà per sempre nel mio ricordo.
XVI.
Venne Natale, cogli arbusti delle rosse bacche sui gradini della Trinità dei Monti, coi presepi di Piazza Navona, delizia del mio piccino; venne la stagione dei teatri e delle conferenze, ed il febbraio coi primi rami fioriti; per le vie stormi di giovani straniere, alte, bionde e ridenti, passavano recando sulle braccia le candide nuvole di petali. Talvolta anch’io e il mio bimbo portavamo a casa quei tenui annunzi primaverili. Dalle pareti alcune fotografie, le Sibille della Sistina, il tragico e dolce Guidarello sul suo guanciale di pietra; un calco dell’Erinni dormente, dono della disegnatrice norvegese; alcuni ritratti, Leopardi, George Sand coi grappoli di neri capelli, Emerson, Ibsen, figure di geni e di simboli, sembravano animarsi nei luminosi riflessi dei fiori, lievemente colorirsi. Scendeva da essi come un conforto alla fatica e alla speranza. Il bimbo correva a giocare sul terrazzo. Lavorando, continuavo a sentirmi alitar nello spirito, in maniera confusa, le idee e le imagini accolte durante la passeggiata, nei prati di Villa Borghese o sulla deserta duna del fiume.