La sproporzione fra questi pensieri e il lavoro alquanto meccanico che compievo era grande. Ma non mi dava pena. Ormai le mie velleità ambiziose di scrittrice eran lontane: trovavo una certa bellezza anche nel còmpito oscuro di trascegliere notizie e raccogliere dati di fatto intorno agli argomenti che più mi premevano. E m’indignavo vedendo piovere in redazione libri mediocri firmati da donne, vere parodie di libri maschili più in voga, dettati da una vanità ancor più sciocca di quella delle pupattole mondane di cui l’editore riproduceva in fotografia gli appartamenti modern style. Come mai tutte quelle «intellettuali» non comprendevano che la donna non può giustificare il suo intervento nel campo già troppo folto della letteratura e dell’arte, se non con opere che portino fortemente la sua propria impronta?

Esprimevo tali considerazioni alla direttrice, trepidando, per la mia abitudine al silenzio e per timidezza. La direttrice mi guardava sorridendo con gli occhi miopi, sospirava, e qualcosa come una leggera ombra passava in essi. Mi pentivo quasi delle mie osservazioni: immaginava forse che la piccola sconosciuta ch’io ero, il suo «Perugino» com’ella mi chiamava, osasse giudicare anche la sua opera?

Di quest’opera ella non era del tutto soddisfatta, lo sapevo: e neppure di sè, della sua vita intima doveva esser lieta. Suo marito, giurista di valore, non era il compagno creato per lei, benchè avesse intelligenza, cultura, gusto fine, e paresse a tutti un marito e un padre modello. Non aveva mai intralciato in alcun modo le aspirazioni della moglie. Si stimavano reciprocamente: per le due figliole restavano uniti e volevano farsi credere felici. Ma la maggiore di queste, forse, cominciava a indovinar qualcosa: i suoi diciotto anni rivelavano una personalità già forte, e sotto la bellissima fronte venata d’azzurro dovevano maturar propositi di fiera coerenza tra la sua vita e l’ideale. Ella era l’avvenire. Dinanzi a lei avevo sentito per la prima volta che v’erano esseri più giovani di me, che avrebbero potuto ereditar da me qualche favilla e tramandarla più alta nel tempo.

Ma sarebbe mai apparso fuor della mia anima un segno dell’interno fuoco?

La stessa domanda mi pareva di leggere qualche volta negli occhi della buona vecchia mamma dei miseri, quando nel suo ritiro, ai suoi piedi su uno sgabello, l’ascoltavo parlarmi della sua vita meravigliosa. Se la figliuola della direttrice mi rappresentava la speranza del domani, il formarsi di tutta una umanità muliebre più conscia e dignitosa, questa donna a cui la fronte splendeva sotto i capelli bianchi era bene l’immagine del genio femminile manifestatosi attraverso i secoli in qualche rara individualità più forte d’ogni costrizione di legge o di costume. Mazziniana fervente nella sua prima gioventù, aveva trasportato presto la sua forza rivoluzionaria nel campo sociale. Il suo temperamento la spingeva all’azione diretta e non alla propaganda. Da trent’anni, dacchè era arrivata alla capitale dalla Lombardia e s’era unita liberamente con uno scultore illustre, il suo lavoro per redimere sventure era stato incessante, incalcolabile. La sua pazienza nel perseguire miglioramenti parziali, riforme d’istituti benefici, aiuti degli enti pubblici, la sua tenacia nel bussare alle porte dei ricchi per ottenerne la piccola elemosina, contrastavano stranamente con la sua credenza nella necessità ultima di sconvolgere col fuoco e col ferro la massa oppressiva delle istituzioni formate dalle classi superiori. Aveva mai lasciato intravedere questo terribile pensiero a qualcuno dei giovani operai che la ascoltavano nella Scuola Popolare da lei fondata? La sua ricca natura univa l’amore pratico per la vita umana all’indignata rivolta teorica contro i tarlati ordinamenti; e nessuno come lei sentiva la tragica bellezza della nostra epoca, coi suoi sparsi tentativi sociali, coi suoi presentimenti di rivelazioni scientifiche innovatrici e colla ricerca di nuove idealità oltreumane. In tanti anni, nell’ambiente artistico e cosmopolita del compagno e in quello popolare ch’ella studiava, aveva conosciuto grandi poeti ed ex-galeotti, donne sventurate e donne depravate, uomini di Stato e fanciulli vagabondi. Anche ora nel suo studiolo apparivano donne e uomini dai più diversi linguaggi, e sembrava che sfilasse così dinanzi a lei l’umanità, varia e una. Talvolta udivo costoro parlare d’altre genti ancora, di moltitudini remote che della vita e dell’universo hanno una concezione per noi incomprensibile. Il pensiero della nostra civiltà in cammino su una parte così piccola del pianeta mi si presentava con sgomento. Roma, sì, era il centro ideale, la comune patria delle stirpi privilegiate. Ripartivano quei pellegrini che avevano tante, tante aspirazioni comuni e che non potevano contemplare una comune opera irradiata da questo cuore del mondo, Roma!

Alternative d’entusiasmi e di scoramenti. La prima volta che penetrai colla vecchia amica in alcune case del quartiere di San Lorenzo, sentii divampare improvviso, anche nel mio sangue, l’oscuro istinto della distruzione.... Su la strada il cielo splendeva intenso: i colli tiburtini, in fondo, sorgevano come un paese di serenità. E negli ànditi dei portoni già si obliava il sole; si salivano delle scale, chiazzate d’acqua, buie; e ai lati dei pianerottoli s’aprivano corridoi neri, e da questi uscivano donne scarmigliate, il seno mal coperto da camice sudicie, lo sguardo ostile.... Da quali profondità di orrore sorgevano le tremende apparizioni? E le voci rauche non imploravano neppure, davano notizie di malattie, di nascite, di scioperi forzati, di ferimenti, con indifferenza. Scendeva dai piani superiori qualche bimba bionda, ancora rosea, ancora coll’arco delle labbra aprentesi ad un sorriso schietto. Scompariva. E dalle stanze spalancate esalavano odori insopportabili, e dall’intero casamento, in basso, in alto, uscivano strilli, lamenti, richiami....

Oh quel paese di serenità che si staccava ancora sull’orizzonte, lontano, quando tornavo su la strada! Rifugiarsi là, tra il verde e le acque, dimenticare che degli esseri umani, uguali a me, a mio figlio, a quella santa creatura che mi guidava, vivono fasciati di cenci, col respiro corto, colle membra fredde, senza saper neppure che cosa li tien chiusi in quegli antri con mano dì ferro!

Il dovere era là, nella mischia, in faccia a quella realtà spaventevole. E lì bisognava trascinare tutti quelli che godono della luce, dell’aria pura, delle cose belle, semplici o raffinate, necessarie o superflue; tutti quelli che passeggiano sorridendo tra i palazzi e le fontane, che si affollano agli spettacoli, che si pigiano al passaggio di qualche principe o all’inaugurazione di qualche statua vana. Trascinarli. E quando potessero ancora dimenticare, suonasse pure l’ora della catastrofe!

Un essere solo m’appariva al di sopra di questo dovere e m’afferrava e teneva sospesa l’anima oltre ogni visione di male e di bene. Era l’uomo misterioso che sembrava possedere qualche grande segreto sulla vita, il «profeta» come la direttrice di Mulier sorridendo lo designava. Mio marito faceva per lui un’eccezione permettendomi di riceverlo; la fama ascetica dell’uomo lo rassicurava. Ma le sue visite erano rare e brevi. Qualche volta ci incontravamo in istrada, e m’accompagnava per un tratto; abitava nello stesso nostro quartiere Flaminio. Il bambino gli offriva spontaneamente la manina. Che cosa andava unendo a me e a mio figlio quella creatura solitaria, enigmatica, forse malata? Egli aveva l’incosciente bisogno, ogni tanto, di parlare, di lasciar intravedere qualche barlume di quel mondo in cui, tutto solo, si moveva.... E mi trovava capace di ascoltarlo. Ma non era neppure un barlume ch’io vedevo: di concreto non sapevo altro se non che nell’opera a cui egli lavorava doveva esser racchiusa una parola di estremo beneficio per gli uomini....

La prima volta m’ero domandato con terrore s’egli era un mistico, un pazzo. Via via l’impressione paurosa era andata dileguando. Io che non avevo mai osato addentrarmi negli studi psichici pur riconoscendo ch’era questa una specie di timidità intellettuale, io mi sorprendevo ora ad accettar quasi l’ipotesi che quest’uomo potesse svelarmi qualcosa in cui avrei creduto per virtù occulta.