Mio marito? Non so, non lo rivedo distintamente: ho solo l’impressione fastidiosa della sua voce un po’ rauca, pronta in ogni momento a lagnanze e ad offese, della sua fronte accigliata, in cui una nuova ruga diritta si approfondiva nel mezzo, mentre l’ira gli accentuava gli zigomi e le mascelle. Una mal repressa ostilità cresceva in lui, sempre più. Le notti dovevano essere come sempre; non ricordo; penserei quasi di non esser stata infastidita se non riflettessi ch’egli non era capace di rispettar la donna sua neanche quando un malessere o la stanchezza la prostravano.
In realtà non stavo bene: mi si venivano acuendo, da vario tempo, certi disturbi che sopportavo fin dai primi tempi della mia maternità, indici dell’intimo dissesto dell’organismo; e talora mi si affacciava il dubbio che essi avessero qualche causa più segreta, paurosa.... La dottoressa mia collega, un giorno, discorrendo, m’aveva detto che pel mondo sono a centinaia di migliaia le donne che non sanno di essere debitrici di lenti e oscuri travagli ai loro mariti. Non avevo osato interrogarla in modo preciso; e non l’osai neppure allorchè, verso la fine di quell’estate, mi sentii tanto sofferente di dover guardare il letto per più d’una settimana. Mi rialzai sfinita; con una stanchezza mortale in tutte le membra.
Giungevano intanto lettere tristi delle mie sorelle. Nostro padre era in uno stato d’irritazione acuta perchè gli operai, organizzatisi fortemente, minacciavano scioperi. In casa egli trovava un’atmosfera altrettanto ostile, che doveva aumentargli l’esasperazione. Anche mio fratello frequentava ora i socialisti del paese, e insieme alle sorelle ascoltava con passione le parole dell’ingegnere. Una strana forza di suggestione era in questo giovane! Le fragili anime de’ miei minori l’avevan tutte esperimentata, ed il timore del padre era quasi scomparso nella comunione di quell’infiammato spirito teorico. Da due anni ormai la fidanzata languiva nella passione contesa. Io pensavo ai suoi fieri e dolci occhi oscuri che dicevano la malìa del sogno fioritole in cuore. Felice? Ella lo era, certo, malgrado le lagrime che le faceva versare l’astio crescente tra il padre e l’innamorato. Nell’inverno avrebbe compiuto i ventun’anni; avrebbe allora lasciata la casa per quella dello sposo. Era ben decisa. Ma la preoccupava la sorte dell’altra bimba: avrebbe potuto il fratello tenerle luogo di tutti gli affetti che le venivano via via mancando?
E frattanto la situazione in fabbrica diventava insostenibile. Il babbo sfidava gli operai. Minacciava di abbandonare per sempre l’impresa a cui da tanti anni dava tutto il vigor suo. Non poteva ammettere un controllo, una volontà emanante dai subalterni.
La minaccia si effettuò. Al principio dell’autunno egli ruppe il contratto col proprietario, lasciandogli un mese di tempo per provvedere a una nuova direzione. Mia sorella me ne informava tutta angosciata per il timore di dover lasciare il paese avanti le nozze.
Con un sorriso un poco amaro dissi a mio marito:
«Ora, dovrebbero chiamar te.... Accetteresti?»
Lo vidi restar sospeso un istante. Poi rispose un no stanco, e troncò il discorso.
Il mattino seguente, un telegramma di mia cognata avvertiva che il proprietario della fabbrica, sceso a patti cogli operai, aveva fatto il nome di mio marito per il posto di direttore.
Mi par di riudire lo scoppio di risa in cui diedi quando sentii il contenuto del foglietto giallo. Partire, tornar laggiù, veder mio marito al posto di mio padre.... Che ironia!