Egli tacque. Era turbato. Lo guardai, e mi parve che il viso gli si atteggiasse istintivamente a una dignità nuova, come se il fatto d’esser creduto meritevole d’un incarico importante bastasse a persuadere lui stesso di un valore mai prima sospettato. E, ad un tratto, la mia gaiezza cadde.

Il «no» della sera innanzi mi tornava alla mente. Una incertezza sconfortata mi assalse. Egli frattanto, dinanzi alla silenziosa interrogazione dei miei occhi, sentì la necessità di fingere, di esprimere indifferenza. E la mia ansietà aumentò.

La sera, una lettera di mia cognata arrivò, che illustrava i fatti telegrafati, accentuava la sicurezza del nostro ritorno «in patria» e diceva fra l’altro: «Ricordi? fin da questa Pasqua ti avevo avvertito....» Egli attendeva da chi sa quanto tempo!

E due giorni dopo giunse la proposta. Condizioni assai buone. Era l’esistenza assicurata, l’agiatezza in breve volger di mesi, forse la fortuna col tempo. Avrei dovuto gioire, con quel resto d’orgoglio che potevo possedere, perchè inaspettatamente s’elevava agli occhi altrui quegli che già m’aveva fatto compiangere.... Anche avrei dovuto sentirmi soddisfatta dicendomi che, in fondo, ancora sempre a me e a mio padre colui doveva la sua fortuna: il babbo, infatti, aveva suggerito il suo ex-impiegato e lasciava a disposizione di lui la sua cauzione di parecchie migliaia di franchi: per qual resipiscenza? Forse semplicemente per stabilire un vincolo col proprio successore, per non essere staccato del tutto dalla sua creazione.

Tutto il mio essere insorgeva come se un mostruoso pericolo lo minacciasse: reclamava la vita, la libertà. Chiudendo occhi e orecchi all’appello delle ragioni altrui, degli altrui diritti e bisogni, un’unica visione mi atterriva. Ecco: brutalmente, mi si chiudeva la via dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio, che avevo voluto salvare dalle influenze dell’ambiente nativo.... Laggiù, noi due, di nuovo, per anni, per tutta la vita forse, con le mani avvinte e la bocca silenziosa, dì fronte a un popolo di lavoratori miserandi e pieni d’odio....

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XVIII.

Quand’ebbe concluse le trattative, mio marito cadde in una cupa tristezza. Aveva forse precipitato la decisione per reprimere tosto ogni mio tentativo di rivolta? E per non assistere agli atti di meraviglia, ai rimproveri forse che le amiche e i conoscenti ci avrebbero fatto, al mio dolore mentre preparavo il trasloco, volle fare il generoso: egli partiva e concedeva che io col bimbo e la domestica rimanessimo ancora per qualche settimana in città attendendo che mio padre, il quale andava a stabilirsi a Milano, lasciasse libera la casa del direttore, a noi destinata: sarebbe allora tornato a riprenderci.

Ma il giorno in cui aveva risoluto di partire, non uscì di casa, restando taciturno e scontento al tavolino, a scrivere non so che progetti; i dì seguenti vagò per la città, tutto solo, come invaso all’improvviso da un furente amore per quella vita vertiginosa da cui stava per allontanarsi. La sera, veniva la disegnatrice, tornata allora dalla campagna. La conversazione procedeva stanca, ed era come un ritornello l’interrogazione: Perchè partite? Ella pareva cedere ad una malinconia invincibile, parlava del tempo in cui sarebbe rimasta di nuovo sola, non sopportava di raffigurarmi lontana da lei. Mio marito la guardava come affascinato.