Una notte—aveva fissato la partenza per l’indomani—mi svegliai e lo sentii spasimare, rivoltarsi nel letto, pronunciare una parola indistinta. Accesi il lume; aveva la febbre! Respinse ogni aiuto, nascondendosi sotto le coltri con gesto disperato. Quando mi parve ch’egli si fosse acquetato, forse assopito, rientrai in letto, al buio. Dopo un poco lo intendevo chiamare, in un sogno di delirio la mia amica....
Povero, povero!... Lottava, l’essere informe, lottava contro la formidabile forza ch’egli non aveva mai conosciuto, mai ammesso, l’amore? Da quanto! Forse la verità gli si era palesata solo da pochi giorni, dacchè aveva deciso la partenza. Forse egli non l’ammetteva ancora, si pensava debole, malato....
Era il castigo?
La disegnatrice aveva indovinato, forse per la prima. Ed era forse colla speranza che mio marito lo sapesse da me, ch’ella mi aveva confidato, al suo ritorno dalla campagna, un suo segreto. Ella amava il giovane fisiologo che avevo conosciuto al ricevimento della Mulier. Ma questi doveva persuadere i suoi vecchi genitori, cosa difficilissima e possibile soltanto col tempo. Provvedere alla propria felicità col dolore dei genitori pareva a lui egoismo.
Mio marito doveva ora notare l’attenzione che io ponevo mio malgrado nell’osservarlo, e n’era irritato. Sentiva la necessità di mantenersi al disopra di me. Intanto il mio amor proprio era colpito. In qual modo spiegare il fatto che io non avessi mai soggiogato quell’uomo che da dieci anni pure respirava la mia atmosfera, e invece fosse bastato il riso argentino d’una straniera per sconvolgere tutti i suoi sentimenti? E una brama acuta di sapere mi prendeva, di sapere che fosse l’essenza dell’amore, di sapere se quell’uomo era vittima ancor una volta de’ suoi sensi o se la bella creatura l’avesse affascinato con qualche arcana forza ch’io non possedevo.... E una domanda sorgeva, come da remote lontananze: «Son io fatta per esser amata?»
Egli partì. L’amica ne fu sollevata. Per qualche giorno ci facemmo una compagnia quasi continua, dolcissima. Andavamo per le vie, nelle ville, fra i campi, col piccino in mezzo, un poco immemori, quasi felici in certi istanti. Ella traeva fuori il suo album, ove schizzava con rapidità atteggiamenti di mammine, di governanti, di bambini. Passavamo delle ore nel suo studio ai Parioli, che per me non aveva più segreti. Era una vasta camera bianca, linda come uno specchio, con alcuni mobili semplicissimi di legno bianco, tende chiare e due grandi finestre che guardavano sulla campagna verso la valle del Tevere, fino al Soratte. Dietro lo studio era una stanzetta buia, con un letto e una seggiola, nient’altro. Una vedova che abitava una soffitta dirimpetto con quattro bambini, accudiva alla casa e preparava il pranzo, una volta al giorno; il thè, che le serviva da cena, l’amica se lo preparava lei stessa.
Per la prima volta ero tratta, quasi senza accorgermene, ad effondere intero il mio spirito, a tradurre in parole lente e precise le visioni per cui soltanto, attraverso ogni vicenda, la vita m’era parsa sempre degna d’esser vissuta. Ella m’ascoltava sorridente. Quando accennavo al futuro, i miei occhi s’intorbidivano; la cara mi prendeva una mano; non aveva che quel gesto per darmi coraggio.
Anche a lei l’avvenire s’annunziava indecifrabile; doveva ritenere impossibile darsi all’uomo che amava, nascondersi con lui per vivere felici, incuranti dei vincoli sociali. Sola, sola, fino a quando?
Di laggiù, mio marito mi scriveva ingenuamente che si trovava sperduto, che forse quello non era più luogo per noi, che aveva una smania furiosa di tornare.... Gli risposi un giorno con tutto il vigore di pietà umana ch’era in me, facendogli intendere che solo guardando in viso la verità insieme, potevamo sentirci capaci di gustare la vita quale il destino ce l’aveva preparata. Che confessasse! Riconoscesse che le nostre vie erano diverse e la nostra unione una catena anche per lui!...
Tremavo, così scrivendo: interrogavo veramente la sibilla.