Allor si fu che a visitare assunse
Il tugurio di gioia derelitto;
Allor si fu che più desìo la punse
Di commoversi al gemer dell'afflitto;
Allor, com'angiol, fra i sospiri giunse
Di tapine espïanti il lor delitto;
Allora, insieme a facil don, largiva
Fatiche, ambasce, carità più viva.
Per alcun tempo di celar s'impose
Ai leggeri del mondo i passi santi:
Non già che paventasse le vezzose
Celie dell'alme vili ed inamanti,
Ma perchè vereconda ella ognor pose
L'orme sue pe' sentieri al ciel guidanti:
Poi cotal luce sue bell'opre diero,
Che ad alcun più sottrar non si potero.
Fra i tristi cuori ond'era impietosita
S'annovravano quei delle infelici,
Che, sebben colpa in lor venga punita
Da universale scherno e leggi ultrici,
A risorgere ancor bramano aïta,
E affetti serban di virtute amici:
Men proprii falli che gli altrui talvolta
Più d'una d'esse han nell'obbrobrio avvolta,
In pria delle dolenti incarcerate
Si fe' consiglio, e al lor governo diessi:
Da lei furo ivi pene allevïate,
E di religïon gaudii concessi:
Furon le trepidanti alme incorate,
E talor vinti i cuor più duri istessi:
Dove eran pria disordine e furore,
Addusse pace e penitenza e amore.
E non fugaci benefizi questi
Brillàr di caldo ma incostante petto:
Riede ogni giorno in quegli alberghi mesti,
E vi sparge opportun, söave detto.
Acqueta ivi gli spirti ad ira presti,
Ispira cortesìa col dolce aspetto:
Il sincero ammendarsi o loda o sprona,
E i migliorati cuori guiderdona.
Ma pur fuori del carcere infinite
Donne e fanciulle in duol veggionsi immerse,
Che per amor falliro e fur tradite,
Ed ahi! di fama più non vivon terse.
Rïalzarsi vorrìan, ma da inaudite
Sorti vittima son d'alme perverse:
Sottrarsi anelan da periglio ed onta;
Ov'è una destra a sostenerle pronta?
Tal destra ecco a lor tendersi! ed è quella
D'una mortal, che, siccom'angiol monda,
Pur contro al suo decoro non appella
L'inchinarsi a infelice vagabonda,
L'udirla con dolcezza di sorella,
L'aprirle un tetto ove il suo pianto asconda.
D'afflitte ed oltraggiate a molta schiera
Quel pio rifugio è di virtù carriera.
Non somiglia a prigion, non è prigione;
Ad entrarvi le ree non son costrette:
Nè quelle, che invocata han tal magione,
Ivi da forza fremon quindi strette.
Asilo è d'alme per rimorso buone,
Che lavorano e gemono solette,
E pregano il Signor pel mondo tristo,
Che il lor fallir con empio scherno ha visto.
Poscia che fu quel mite albergo eretto
Per pensier della donna generosa,
Provvide ella che attiguo un altro tetto
Sorgesse a secondar vaghezza ascosa
D'ammendate, che in velo benedetto
L'anima aver chiedeano a Gesù sposa:
Un solo tempio i duo ricovri unisce,
E il mutuo canto i lutti ivi addolcisce.
Talor io di quel tempio in segregata
Parte mi prostro, e mesco i preghi miei
A quelli della pia turba scampata
Dalla pietà operosa di colei.
L'anima mia a quel canto si dilata,
E occulto piango su miei giorni rei;
E in cotal donna ad altri spirti duce
Ravviso anco per me celestial luce.